Si suole definire “ciarlatano” l’uomo i cui discorsi procedono a vanvera, non avendo un filo logico che li conduce verso un unico scopo: discorsi che appaiono come affermazioni e negazioni disposte a caso, l’una accanto alle altre e in cui il pensiero si perde. (Si noti che altra figura potrebbe essere il chiacchierone, cioè colui a cui pare impossibile tacere, ma le cui parole si riferiscono a fatti, pensieri, cose che hanno – talvolta – un tessuto razionale che le unisce. Nella maggior parte dei casi il chiacchierone manifesta però un certo disordine e si rivela anche lui un mero ciarlatano).

Ebbene, in qualche modo mi pare possibile comprendere analogicamente fra i ciarlatani – che propriamente sarebbero solo produttori di parole – anche coloro i cui pensieri, le opere e le azioni non si snodano con razionalità seguendo un ordine teleologico, ma si presentano come espressioni vomitate a casaccio, come manifestazioni tra loro scorrelate, sempre disordinate.

Considero allora che dare senso alla propria vita è possibile proprio evitando di fare propria la ciarlataneria, il disordine, impegnandosi per comporre i propri giorni in un flusso ordinato di propositi, di pensieri e di opere. Dargli senso è la vera alternativa al nichilismo che con l’assenza di scopo, con la confusione, con il disinteresse brucia nella nausea ogni slancio vitale e nel vacuo ciarlare conduce al vuoto, alla disperazione.

La singolarità del cristiano sta invece in ciò: egli è invitato a dare un senso preciso alla propria vita, una direzione che non sia semplicemente naturale o morale che dir si voglia, ma a costruirne le trame restando mirato su Dio, attraverso l’amore per Lui e l’operosa dedizione al culto, alla vita interiore ed al prossimo.

Essere beati, cioè felici, è infatti:

– in una accezione, l’aspirazione di tutti;

– in un’altra, è lo status dei soli che dispongano con ordine teleologico naturale il proprio vivere;

– in un’altra ancora, è la condizione di coloro che immersi in Cristo godono della visione beatifica per l’eternità. In questa accezione la beatitudine è quello stato in cui per la presenza del Bene sommo l’uomo raggiunge la sua perfezione, attuando ogni suo desiderio. Nessuna delle cose create può in effetti costituire la beatitudine dell’uomo, che deve essere necessariamente posta in Dio (Summa Th. I-II q.2 a.8).

In ognuno dei tre casi può comunque dirsi la condizione di quanti hanno vinto il rischio della vita da ciarlatano, che è la situazione che più di frequente ci circonda, ci avviluppa e ci può fare suoi.

Le beatitudini evangeliche, riferite al nostro stato di viatori, possono dunque intendersi anche così: comprendere il nostro fine ed ordinarsi ad esso attraverso l’intelligenza e l’amore, rivestiti dalla Grazia che Gesù ha acquistato con la sua passione-morte-resurrezione e che ci offre in dono, impegnandosi a tradurre tale amore nelle forme complementari della vita spirituale e pratica.

Essere informati dalle beatitudini è cioè essere in grazia ed essere coerenti nei propri pensieri, nelle parole e nelle opere, conformarsi ai precetti evangelici esplicitati dalle beatitudini, viverli anticipando così in nuce la beatitudine finale (inchoatio vitae aeternae). Riconoscere le beatitudini ed assumerle come segnali kerigmatici attraverso i quali Gesù ci indica il percorso da intraprendere per essere rivolti costantemente a Lui, vero e unico fine di ogni creatura razionale trasformata dalla grazia.

Particolare valore può inoltre essere riconosciuto alla predicazione informata dalle beatitudini evangeliche.

La predicazione già di per sé è un’altissima forma di carità verso Dio e verso gli uomini ed è articolata nella parola, nella carità e nell’azione: ma la mitezza, la povertà e le altre beatitudini descritte ed esortate dal vangelo attraverso la nostra predicazione possono promuovere un’intensa ed umile dedizione al Signore, ai bisogni del prossimo, ai bisogni della comunità sociale e di quella politica.

La predicazione può peraltro anche svelare i tranelli della ciarlataneria, può criticare gli errori, mostrare la strada da percorrere, invitare ad alzare le vele per accogliere il vento del Signore, può preparare noi stessi predicatori e quanti contattiamo ad essere immersi nelle beatitudini.

Non si deve però sopravvalutare la portata della predicazione: senza l’aiuto di Dio, ancorché predicatori, rischiamo di essere talora ciarlatani. La vera predicazione è infatti piena di carità, di Grazia, umile e non saccente, si compone di dialogo ed ascolto: essa richiede alle spalle la contemplazione e l’orazione, il confidente abbandono a Cristo che soccorre, che esorta e che redime e guida: esige il suo aiuto. Essa è frutto di intelligenza e carità, ma anche di sforzo ed impegno costante nell’esercizio delle virtù che sono alla base delle beatitudini.

Ci resta dunque da sperare e pregare affinché voglia il Signore che ognuno di noi si faccia strumento della sua Grazia, attraverso la vita e la predicazione, informando il nostro vivere a ciò che le beatitudini evangeliche ci propongono.

Paolo Alfonso Carli, laico OP