La tradizione domenicana ha, lungo i secoli, vigorosamente insistito, in svariate forme, sul legame speciale e indissolubile che ha sempre tenuto uniti Maria, la Madre del Signore, e l’ordine dei predicatori fondato da Domenico di Guzman. Questa secolare tradizione mariana, reperibile anche in altri raggruppamenti religiosi, monastici e mendicanti, si è a tal punto cristallizzata e resa fonte d’identità –fra l’altro grazie ad un’abbondante produzione di scritti e di forme devozionali e liturgiche da far dire a più di qualcuno che l’ordine domenicano è l’ordine “di Maria” per eccellenza. Anche la più o meno recente pubblicistica interna, inserendosi nell’ampio alveo di questa corrente o tradizione, ribadisce questo legame prezioso e indiscutibile, giungendo a proiettarlo sulle proprie origini.

Scopo di questo contributo è quello di voler ritornare alle fonti, nel tentativo di illuminare quelle zone lasciate in ombra dalla letteratura agiografica degli inizi e da una certa storiografia interna che hanno, per così dire, sovrapposto devozione mariana e autocoscienza, da parte dell’ordine, del proprio ruolo ecclesiale e soteriologico, finendo con l’attribuire alla citazione mariana l’evidente funzione di speculum.

Le fonti primitive

Il padre Duval afferma con estrema e disarmante semplicità che le testimonianze dirette sulla devozione a Maria da parte di san Domenico sono decisamente esigue; e, aggiungiamo noi, molto prossime a quelle di qualsiasi monaco e religioso del pieno medioevo. Vediamo dunque quali sono.

Fra le più antiche va senz’altro annoverata la scarna testimonianza inserita nella deposizione resa al processo di Bologna da fra Bonviso di Piacenza nel 1233: Lo stesso teste aggiunse che un’altra volta, mentre era suo compagno nel medesimo viaggio di Roma, furono colti improvvisamente da un acquazzone, sicché i fossi e i fiumi si ingrossarono. Ebbene, in quel frangente, fra Domenico, sempre lieto nelle tribolazioni, lodava e benediceva Dio, cantando a voce alta l’Ave Maris Stella. Il beato Giordano di Sassonia, primo maestro generale dopo san Domenico, racconta, nel suo libretto sulle origini dell’ordine, la miracolosa apparizione della Vergine Maria al beato Reginaldo d’Orléans, professore di diritto e decano della collegiata di Saint-Aignan, e della sua successiva guarigione; racconto che, stando alle parole di Giordano, Domenico stesso avrebbe tramandato ai suoi frati nel convento parigino di Saint-Jacques: “Questo strepitoso miracolo fu narrato in seguito da Maestro Domenico a molti che sono ancora vivi; e una volta a Parigi, mentre lo raccontava in una conferenza spirituale alla presenza di molti, ero presente anch’io.

Tutto qui. Una memoria scarna, povera di ricordi dunque, in un momento storico per il nuovo ordine di eccezionale e decisiva importanza: attorno agli anni 1230, quelli che vedono la costruzione dell’immagine agiografica del santo fondatore, si assiste a quel processo di acquisizione sempre più consapevole della propria identità nella chiesa e nella società civile. In questo progetto di definizione della tipologia agiografica di Domenico nella variante del santo fondatore”, la devozione o meglio la tonalità mariana risulta, stando alle fonti che disponiamo, assolutamente marginale se non addirittura accessoria: insomma tra le prove e la segnaletica della santità di Domenico la presenza della Vergine Maria viene citata trasversalmente e quindi in modo non caratterizzante.

Questo per quanto riguarda Domenico. E per il resto dei suoi frati? È proprio il beato Giordano che nel suo Libellus –che non dimentichiamo non è tanto o solo una biografia di san Domenico quanto una cronaca dei primi anni di vita del nuovo ordineconcede ampio spazio a testimonianze ed episodi comprovanti l’affetto e il legame speciale che legano i figli di Domenico alla Vergine Maria.

Abbiamo già riferito della coloritura mariana dell’episodio della guarigione di Reginaldo di Orléans, di cui il testo di Giordano sembra essere il più antico testimone; a questo sono da aggiungere altri tre racconti. Nella sezione del Libellus dedicata alla fraterna memoria di fra Enrico di Colonia, sono reperibili infatti due reminescenze mariane che lo riguardano: “Quella stessa notte si recò a mattutino nella chiesa della Beata Vergine e vi restò fino allo spuntare del giorno, pregando e scongiurando la madre del Signore a piegare la sua volontà a questa vocazione. Ma non sembrava che la sua richiesta avesse successo, perché sentiva che il suo cuore era irremovibile. Allora cominciò a compiangersi; e nell’andarsene diceva fra sé: Ora vedo bene o Beata Vergine, che non ti curi di me. Per me non c’è posto tra i poveri di Cristo: ma sappiamo tutti come andò a finire. La seconda memoria mariana riguarda un’apparizione ad un pio uomo della città di Colonia di Enrico a fianco di Maria, dopo la sua prematura morte. Memorabile per gli esiti e gli sviluppi che avrà nella storia dell’ordine, risulta il racconto/ricordo dell’istituzione del canto dell’antifona Salve Regina dopo l’ora di Compieta, avvenuta la prima volta nel convento di Bologna, posto a degna conclusione dell’intero Libellus, a provvidenziale sanzione e quasi profetico annuncio di quel tenero legame che caratterizzerà in seguito il rapporto tra la Vergine Maria e i “suoi frati”: “Questa tremenda vessazione del sunnominato fra Bernardo, fu la causa principale che ci spinse ad istituire a Bologna il canto dell’antifona Salve Regina, dopo Compieta. Da questa casa l’uso si estese a tutta la Provincia di Lombardia e infine la pia e salutare usanza si affermò in tutto l’ordine.

Due fugaci citazioni mariane sono riscontrabili anche nella cosiddetta “Lettera enciclica del beato Giordano sulla traslazione del corpo di san Domenico”; mentre pare che nell’intero corpus epistolare del medesimo, l’unico episodio mariano sia nuovamente il ricordo della vocazione di fra Enrico da Colonia ottenuta dall’intercessione della Vergine, inserito nel planctus per la morte del confratello/amico.

Infine, del tutto priva di riferimenti mariani appare la bolla di canonizzazione di san Domenico, la Fons sapientiae del 3 luglio 1234, tutta presa com’è nell’esaltazione del ruolo escatologico-provvidenziale del nuovo ordine e del suo fondatore all’interno della chiesa e del mondo, in un momento storico in cui si percepisce, da varie parti, la certezza di vivere negli “ultimi tempi”. La novità espressa dal nuovo ordine mendicante veniva in seguito ampliata ed enfatizzata nella successiva produzione agiografica finalizzata a costruire un’immagine della santità di Domenico decisamente congrua rispetto al ruolo speciale ricoperto dai suoi frati nel provvidenziale disegno divino di soccorrere l’umanità ormai al limite della sua storia.

Vogliamo, ora, tracciare un breve bilancio e una valutazione della segnaletica mariana reperibile nella primitiva letteratura dell’ordine.

Non riteniamo essere un azzardo di valutazione l’affermazione che in questo “ruolo” provvidenziale ed escatologico del quale l’ordine acquisisce con il passare degli anni sempre maggiore consapevolezza, il ruolo di Maria occupi uno spazio quantitativamente ed ideologicamente marginale. Proprio il regime delle citazioni sopra elencate e riportate– ci conduce a rilevare quanto siamo ancora distanti da quella “preponderanza” mariana che caratterizzerà la letteratura successiva cristallizzandosi nell’immagine di “Maria co-fondatrice” dell’ordine che giungerà, senza troppi scossoni, valicando i secoli, fino ai nostri giorni.

L’analisi dei testi mariologici ci mette su questa strada valutativa: troppo esigui e comunemente diffusi sono i riferimenti alla Vergine Maria per inferire una loro qualità originale e definitoria; siamo infatti nell’ambito di una tradizione devozionale mariana che non si discosta affatto da quella riscontrabile negli altri ordini monastici e canonicali precedenti, con i quali, ci sembra, gli scrittori e gli agiografi domenicani dei primi anni si limitano a stabilire un nesso di parentela e di continuità, senza alcuna pretesa o intenzione di distanziamento.

Quello che sarà il ruolo provvidenziale di Maria nell’economia del nuovo ordine inizierà ad affermarsi successivamente, agli inizi della metà del secolo XIII, anticipato da qualche barlume significativo, quale l’evoluzione che subirà il racconto della guarigione del beato Reginaldo di Orléans e l’ostensione dell’abito “forgiato” dalla Vergine e consegnato al medesimo e, in seguito, a san Domenico.

fra Gianni Festa