Quanto c’è di Hegel in tutto ciò? E qualcuno rispose: “Forse bisognerebbe chiedersi: quanto c’è di cristiano in Hegel?”. Da questo aneddoto dell’anno scorso traggo lo spunto per riflettere sul simbolo niceno-costantinopolitano. Scusate la mancanza di originalità, ma da lì si riparte sempre. La persona di Cristo è la nostra salvezza. Nella recensione occidentale, cioè quella che aggiunge “Dio vero da Dio vero”, le affermazioni riferite a Cristo sono ventuno, e possono essere agevolmente divise in tre parti: tesi, antitesi e sintesi. La tesi è la generazione eterna, l’essere di Cristo “presso Dio”. L’antitesi è la discesa e la sintesi è l’ascesa, il ritorno. Non lo invento io: distribuiteli in gruppi di sette e vedrete che al posto centrale di tutti e tre (cioè il quarto) troverete ciò che ho detto. Che cosa significa? Che san Giovanni Paolo II aveva ragione. Quando ha inserito i misteri della luce non ha fatto solo un allargamento tematico, come se si dovesse dare un’idea più completa di cosa c’è scritto nei vangeli. Si è dato il completamento necessario, che esplicita ciò senza il quale il rosario non ha senso. E se dico che lo esplicita, dico che aveva già senso, il rosario, a patto che dentro ci fosse quel qualcosa che adesso è finalmente esplicito. Il fatto che sia esplicito permette di riconoscerlo e di viverlo non solo da chi intimamente lo aveva capito, ma anche da chi si accosta con un certo senso di straniamento a questa forma di preghiera.

I misteri della luce danno la chiave di lettura a quelli della gioia perché siano veramente la “tesi” della triade dialettica che ci consegna il Credo. I misteri della luce ci mostrano che nei misteri della gioia è nascosto il segreto di una generazione eterna. L’annunciazione non è solo un istante, ma l’istante della Trinità. La gioia della visitazione non è solo un momentaneo eccesso di euforia, ma ha il suo fondamento nella costitutiva sovrabbondanza della grazia che promana da Cristo. Il parto della Vergine non è soltanto un felice evento, ma la manifestazione del disegno eterno di espansione all’infinito del corpo mistico di Cristo. Il riconoscimento di Gesù bambino come luce delle genti non è enfasi retorica, ma sintomo del fatto che Cristo è “splendore della gloria del Padre, che porta luce prendendola dalla luce, luce della luce e fonte della luce, giorno che illumina il giorno”, come dice sant’Ambrogio. Infine, il caso paradigmatico: sì, nel tempo vediamo prima la tristezza della perdita e poi la gioia del ritrovamento, ma in realtà ciò che ci è dato di vivere è qualcosa di eterno: il dono, il sacrificio di Colui che dice: “Nessuno me la toglie, la vita: io la do da me stesso”.

Post scriptum: I tre momenti della parte cristologica del Credo rappresentano esattamente questo: la generazione eterna è il tema del primo, il trasporto su questa terra di tale generazione è il secondo. La vita stessa di Cristo, compresa la sua sofferenza, il suo subire l’ingiustizia, la politica, la determinazione culturale e spaziale (da “per noi uomini e per la nostra salvezza” a “fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato”), è tutto un rendere presente nel nostro orizzonte quella generazione eterna: non è che il crocifisso sia Dio vero da Dio vero nonostante sia crocifisso, ma il Dio vero da Dio vero è crocifisso, e in questo possiamo vedere il suo essere Dio vero da Dio vero. Infine, la glorificazione, che comincia già con l’istante della morte (“morì”), istantanea dell’istante dell’eterno: “È questa la porta del Signore: per essa entrano i giusti”. Con l’istante della morte di Gesù siamo già nel ritorno: se l’eterno è finito, la fine è un eterno inizio. Tutti siamo chiamati ad andare lì, in cielo, ma non riusciamo a immaginarlo e per questo dobbiamo passare attraverso la lettura sapienziale dei misteri della vita terrena di Gesù. Il rosario è la realizzazione più coerente di questo metodo: non solo mi soffermo su Cristo uomo sapendo che è Dio, ma cerco proprio nella sua storia umana gli episodi che mi permettano di capire meglio che ciò che in lui è propriamente umano (essere generato, essere nel mondo, essere, col cuore a mille, ritrovato) è eminentemente divino.

fra Stefano Prina