Tra i compiti affidati ai cristiani dei nostri giorni così incerti c’è quello, a nostro parere, di andare alla ricerca del senso di una precisa convinzione. La sequela va vissuta ancora come la via, aperta all’uomo da Dio stesso, per fruire della piena felicità secondo la dinamica del già e non ancora. “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. […] Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,9.11). La beatitudine è infatti il fine ultimo, il senso della vita cristiana stessa. Il Signore Gesù è venuto perché in Lui possiamo avere la vita e la vita in abbondanza, nella forma del dono che risponde – “tracimandone” la finitezza in cui è concepita – all’attesa fondamentale dell’uomo: “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (Gv 3,2). Dimenticare questa dimensione decisiva significa perdere di vista la destinazione stessa alla quale ci chiama il Signore, col rischio di smarrire la giusta relazione con Colui che è via, verità e vita. Quest’oblio non lascia spazio semplicemente alle forme dell’umana desolazione, che costituirebbero comunque una forma di deserto nel quale la voce di Dio risuonerebbe ancora più impetuosa o, come per Elia sul Tabor, delicata e discreta, ma comunque udibile. L’oblio di cui oggi soffriamo è dovuto piuttosto alla bulimia informativa, all’eccesso di voci che si affastellano nella nostra mente, promettendoci facili forme di felicità, indipendentemente dal dover rispondere della loro affidabilità. Tali illusioni sono così una patologia endemica della nostra società consumista, in cui – all’interno di una solitudine anch’essa sempre più endemica – ognuno ricerca la felicità laddove gli viene venduta ad un prezzo più conveniente. “Il valore più caratteristico della società dei consumi” – ha scritto Zygmunt Bauman in Homo consumens – “è una vita felice; anzi, la società dei consumi è forse l’unica società della storia umana che prometta la felicità nella vita terrena, la felicità è qui e ora e in ogni successivo ‘ora’: felicità istantanea e perpetua”. Questa promessa rivela però il suo carattere illusorio nel momento in cui si approfondisce il funzionamento stesso della macchina sociale consumista della quale facciamo, più o meno consapevolmente, parte: “Il vero ‘volano’ dell’economia orientata ai consumatori è costituito proprio dalla mancata soddisfazione dei desideri e dal costante rinnovarsi e rafforzarsi della convinzione incrollabile secondo cui il tentativo di soddisfare quei desideri è almeno in parte fallito, lascia molto a desiderare e potrebbe dare risultati migliori. La società dei consumatori cresce rigogliosa finché riesce a rendere perpetua la non-soddisfazione dei suoi membri, e dunque la loro infelicità”. A fronte dello statuto illusorio dell’offerta contemporanea di felicità, che intende piuttosto renderci intenzionalmente insoddisfatti per farci continuare ad alimentare la macchina dei consumi, il Cristianesimo chiede quell’atto di fiducia consistente nell’accettare di partecipare alle sofferenze del Signore Gesù per poter partecipare anche alla sua gloria. Pensata in ordine alla relazione interpersonale con il Dio uni-trino, la felicità viene allora considerata nuovamente come il fine ultimo dell’uomo e non viene ridotta – dietro l’apparenza del fine che ciascuno persegue autonomamente – ad un mero mezzo per scopi connessi alla sopravvivenza della macchina economico-finanziaria globale rappresentata simbolicamente dalla crescita dei profitti delle grandi multinazionali.

La genialità del Cristianesimo consiste poi nell’anticipazione sacramentale della beatitudine. Lungi dal soccombere all’accusa di rimandare nell’al di là la fruizione di questa felicità, come fosse il portato mitologico di un illusorio ritorno all’età dell’oro, la Chiesa ce ne offre una significativa anticipazione nei sacramenti e, in particolar modo, nell’Eucaristia. La vita di grazia, che viene alimentata attraverso la partecipazione al banchetto eucaristico, permette di pregustare la beatitudine celeste, facendo esperienza di quell’Amore che asciugherà ogni lacrima e di quell’infinita conoscenza che avremo quando saremo simili a Lui e conosceremo così come siamo conosciuti. Si tratta qui di lasciarsi amare e di apprendere a poco a poco ad amare con la stessa carità di Colui che ci ha amati per primo. È nella comunione che infatti anticipiamo ciò che siamo chiamati a vivere in una relazione eterna che sa assumere in sé anche esseri fatti di tempo come gli umani, perché relazionandoci con l’Eterno che ha preso dimora tra noi facciamo esperienza di un abbraccio che non esclude, ma fa essere e pertanto include ciò che diviene. La radice dell’essere Chiesa sta proprio in questa comunione col Cristo, vero Dio e vero uomo, che si esprime nella fraternità che unisce, nel rispetto delle differenze, le donne e gli uomini tra loro. Più ci si avvicina al centro del cerchio e più i punti della circonferenza si uniscono tra loro. Dopo aver fatto esperienza del grande amore che ci ha dato il Padre per essere chiamati suoi figli, nonostante tutte gli errori e le cadute della nostra umana fragilità, nell’accogliere il punto di vista di Gesù sulla realtà, nel tendere con fiducia al conseguimento della beatitudine confidando nell’onnipotenza misericordiosa del Signore, nell’amarci come Gesù stesso ci ha amato vivremo ecclesialmente l’anticipazione sacramentale della vita eterna che consiste nel conoscere “te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

La relazione vitale con Gesù, come conoscenza d’amore e amore che conosce, ci libera fin d’ora dall’illusione mendace di una felicità immediata che si perpetua in un circolo vizioso di crescente insoddisfazione. Non vivendo più il desiderio come mera mancanza, potremo riscoprirlo per grazia come forza vitale per amare Dio e il prossimo.

fra Marco Salvioli