Una moltitudine immensa di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”

12 maggio 2019

LETTURE: At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7.9.14b17; Gv 10,27-30

Per gli antichi popoli orientali il re era l’assoluto sovrano del popolo e del paese, ma questa sua sovranità traeva origine e si esercitava in maniera particolare su una porzione di terreno che era peculiarmente sua, da cui originava e su cui sempre aveva regnato la sua stirpe. In questo quadro Israele aveva compreso la sua particolarità, il suo significato e la sua missione. Essere per tutto il mondo “la terra di Dio”, il posto e il popolo su cui Dio esercitava in maniera speciale la sua sovranità, la sua proprietà esclusiva. Questo compito altissimo rende Israele la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che si è acquistato facendo con lui un’alleanza eterna. All’elezione corrisponde necessariamente la separazione: bisogna mantenersi puri, non contaminati da ciò che potrebbe minacciare l’integrità della propria consacrazione a Dio e a lui orientare ogni azione, in una scrupolosa osservanza della sua legge. Se Israele rimane fedele a questa sua vocazione, diventa la luce del mondo e Gerusalemme sarà il monte a cui affluiranno tutte le genti. La separazione è un servizio che Israele fa a tutto il mondo in vista del suo andare definitivo verso l’unico Signore.

È importante questa premessa, che ci ricorda che cosa vuol dire per un Israelita essere depositario esclusivo dell’alleanza con Dio, per comprendere quello straordinario mutamento che si è compiuto con la predicazione apostolica, di cui il brano degli Atti letto in questa domenica è esemplare. Ci vengono presentati Paolo e Barnaba, dapprima solleciti nell’annunziare Gesù ai loro correligionari, ma poi progressivamente rivolti a tutti, perché a tutti il Signore vuole parlare e da tutti vuole essere conosciuto. È la fine della logica della separazione che era a fondamento della fede stessa dei Giudei e questo essi lo capiscono benissimo: così contrastano apertamente ciò che gli apostoli vanno dicendo. Non bisogna pensare solo a piccole schermaglie dottrinali, a conflitti di interesse o a gelosie personali. Ciò che oppone Paolo – che eppure sempre rivendicherà con orgoglio la sua appartenenza ebraica – ai suoi correligionari è di importanza capitale e si radica non più nel culto devoto e appassionato dell’antica alleanza ma sulla risurrezione di Gesù Cristo, sulla sua definitiva vittoria sul peccato e sulla morte.

La citazione di Isaia fatta qui da Paolo, in realtà ne cambia il soggetto e ne modifica il senso. “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza fino all’estremità della terra”(At 13,47 che cita Is 49,6): adesso a Israele stesso o a un personaggio misterioso che lo personifica viene sostituito il Signore Gesù e il movimento centripeto della luce che attira a sé tutto le genti diventa il movimento centrifugo della parola di Gesù che attraverso i suoi discepoli diventa annuncio di salvezza per tutti i popoli della terra. Inizia così la grande epopea dell’annuncio evangelico, che instancabilmente si diffonde per tutta la terra per fare di ogni uomo un discepolo del Signore. Di luogo in luogo, “pieni di gioia e di Spirito Santo”.

Io, Giovanni, vidi: ecco una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide…”. Adesso possiamo ben comprende la grande visione del libro dell’Apocalisse che ci è proposta dalla seconda lettura: la risurrezione di Cristo ha abbattuto ogni separazione e ha permesso ad ogni uomo l’accesso alla vita eterna, ossia la partecipazione alla vita divina. Questa vita da nulla potrà essere minacciata o offuscata: “Non avranno più fame, né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita”.

È quanto lo stesso Gesù aveva promesso nel lungo discorso sul buon pastore (il collegamento è evidente nella parola stessa) di cui oggi si legge un brano. “Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà mai dalla mia mano”, e vita eterna, nel linguaggio del quarto vangelo, vuole appunto indicare la vita stessa di Dio.

Le pecore “ascoltano le voce del pastore, lo ascoltano e lo seguono”. Più oltre viene detto che facendo così “diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Siamo nel tempo di Pasqua, la luce della risurrezione più splendidamente brilla e ci illumina. “Ascoltare la voce del Signore”, ecco che cosa ci viene chiesto per partecipare alla vita stessa di Dio. Prima che sulle cose fatte, sui doveri eseguiti e sugli impegni assunti, il nostro essere “gregge” del buon Pastore è connotato dall’essere attenti alla sua voce, dal trovare nella sua parola orientamento e conforto. La “vita eterna” non è tanto il premio promesso ai buoni, raggiungibile solo a prezzo di ferrea vigilanza e di instancabile ascesi; tanto meno esige separazione e lontananza dal mondo degli uomini. La “vita eterna” è ascoltare la voce di Gesù e accorgersi che davvero con lui qualche cosa di nuovo e di definitivo ha inizio e non avrà mai fine. “E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”.