L’armonioso e ardito profilo del finestrone di una cattedrale gotica, una parete coperta di graffiti, la figura, si intuisce appena, di una persona che prega, ma il cui volto è coperto da un ampio cappuccio. Difficile pensare a immagini più distoniche, ma in questa icastica rappresentazione, è il senso e il programma del Convegno annuale “Il Vangelo nella città” organizzato quest’anno dal dipartimento di teologia dell’Evangelizzazione della Fter. Inevitabile interrogarsi su quest’immagine: che cosa stiamo guardando? Dove siamo? Siamo all’interno della chiesa e ci troviamo ad osservare l’esterno, attraverso finestre trasparenti, senza più il filtro delle vetrate policrome? O siamo all’esterno della chiesa e ci accorgiamo che quelle vetrate, che un tempo erano parte della “laicorum literatura”, sono diventate portatrici di simboli e messaggi oggi incomprensibili? Oppure quello che l’immagine vuole suggerire è una gadameriana fusione degli orizzonti il cui la teologia è chiamata ad interrogarsi tenendo i piedi saldamente piantati nel concreto delle vie cittadine che percorre?

Ecco perché è tema particolarmente attuale interrogarsi, come è stato fatto nei due giorni di lavori, sul tema del vangelo nella città. Se l’arcivescovo di Bologna, e gran cancelliere della Fter, Matteo Zuppi, ricorda la grande intuizione di san Domenico che, proprio nelle fiorenti città del XIII secolo e, in particolare, nei centri universitari, come quello di Bologna e Parigi, vide il terreno eletto per stabilire alcune fra le prime fondazioni dell’ordine dei predicatori, che proprio nel marzo 2019 ricordano gli ottocento anni di presenza nell’attuale convento e basilica, è altrettanto importante la riflessione su come la città sia cambiata e di come la teologia dell’evangelizzazione debba meditare su come le trasformazioni sociali, che hanno preso l’abbrivo nel “secolo breve” pongano alla Chiesa la necessità, nella fedeltà dell’annuncio.

Mentre tutti gli indicatori mostrano l’incontrovertibile tendenza della popolazione mondiale a concentrarsi nelle città, basti pensare all’aumento del numero delle megalopoli, è inevitabile riflettere sull’impatto che questa dinamica pone in essere, soprattutto se si pensa che il modello medievale di città a cui, soprattutto, noi europei, siamo abituati a pensare, sembra lasciare il posto a forme molto diverse, anche alla luce dell’ambiente digitale che, in parte si sovrappone e in parte crea forme alternative e nuove di appartenenza sociale. Ci sono molte ambivalenze che si devono considerare: per certi versi l’annuncio cristiano affronta sfide che, nella sostanza, non sono troppo diverse da quelli che i primi apostoli si trovarono ad affrontare, quella dell’appartenenza ad un contesto sociale che può contrapporsi anche dolorosamente con la testimonianza e l’annuncio del vangelo.

Poi c’è la crisi della famiglia, le cui fragilità sembra essere ancora più messa alla prova in un ambiente urbano che sempre meno è luogo di appartenenza e solidarietà e sempre più è terreno di solitudine, e di questo il fenomeno delle varie forme di dipendenze, sembra essere il segno più evidente di un tessuto sociale sempre più liso, in cui lo spaesamento pare togliere spazio al senso di prossimità. Tutto questo va anche visto alla luce di un elemento di novità tutto sommato recente, portato dalla globalizzazione, ossia il sorgere di un pluralismo non solo culturale, ma anche religioso, che sembra fare cadere lo iato fra “casa nostra” e quelle che una volta erano considerate terre di missione. Ecco perché è particolarmente utile, tornare a riflettere, come il convegno ha proposto su due grandi temi, quello delle Beatitudini e quello del giudizio finale inquadrati nell’attuale contesto multiculturale: saranno queste le due grandi coordinate a permettere all’anonimo orante, che ora appare come disperso, sia di fronte alla solennità della cattedrale, sia alla caoticità della città, di ritrovarsi?

fra Giovanni Ruotolo