Era un convento senza mura quello in cui vissero sr. Maura Clarke e sr. Ita Ford, due suore domenicane che dall’inizio alla fine della loro vita religiosa si immersero nella vita missionaria, a fianco degli ultimi, sino al martirio. Sono trascorsi poco più di quarant’anni dalla loro uccisione, avvenuta brutalmente il 2 dicembre 1980; da allora la loro testimonianza ha di gran lunga varcato i confini di El Salvador, luogo in cui operarono le due missionarie gli ultimi mesi della loro vita. A trovare la morte in quel 2 dicembre furono anche sr. Dorothy Kasel, suora orsolina e la missionaria laica, Jean Donovan.

Fu mons. Oscar Romero, al tempo arcivescovo di San Salvador, a chiamare in diocesi sr. Ita Ford, di lì a poco raggiunta da sr. Maura Clarke. Giunsero in El Salvador nel marzo e nell’agosto 1980. La situazione in El Salvador era tutt’altro che pacifica: continuavano senza sosta le persecuzioni, le torture, i rapimenti e le uccisioni degli oppositori politici ma soprattutto dei poveri innocenti. Fu proprio a sostegno di questi ultimi che giunsero in quella terra difficile le quattro missionarie poi uccise. In particolare, sr. Ita, poi sr. Maura, giunsero sul posto poco dopo la rimozione del presidente Carlo Humberto Romero (1979) e la salita al potere di una giunta militare, con l’ennesimo colpo di stato.

Ancora oggi non sono ben chiare le dinamiche di quel 2 dicembre. Certo è che la missionaria laica Jean Donovan e la suora orsolina Dorothy Kasel si recarono all’aeroporto di San Salvador per attendere l’arrivo delle due domenicane, di ritorno dal Nicaragua. Al ritorno, di sera, il pulmino delle quattro religiose stava attraversando un’area piuttosto isolata e alcuni militari della Guardia nazionale salvadoregna, dei ribelli del regime, lo fecero arrestare. Tutte e quattro le missionarie vennero violentate, poi uccise a coltellate e gettate in una fossa nei pressi della strada. I corpi vennero rinvenuti l’indomani mattina.

Nonostante le indagini condotte, tuttora rimangono molte zone d’ombra. Pare che alti esponenti della giunta militare avessero ordinato ad alcuni militari di pedinare le quattro missionarie. Perché? L’ipotesi più fondata è che il loro lavoro accanto ai poveri era visto con molto sospetto. Infatti, operare a fianco dei poveri, aiutandoli ad organizzarsi per lottare contro il regime dittatoriale, creando un fronte compatto di opposizione composto di bisognosi stremati e innocenti, si presentava come una minaccia non indifferente per la giunta militare, già instabile. Numerose erano state le minacce ricevute dalle missionarie a causa del lavoro svolto e sembra che sr. Ita, in qualche modo, avesse predette la sua morte.

Nel corso dell’ultima assemblea della congregazione cui partecipò nel novembre 1980, leggendo un passo di un sermone di mons. Romero, disse: Cristo ci invita a non temere la persecuzione perché, credetemi, fratelli e sorelle, colui che si impegna per i poveri deve fare la stessa sorte dei poveri, e in El Salvador sappiamo cosa significa la sorte dei poveri: sparire, essere torturato”. Difatti, pochi giorni dopo subirono tutte e quattro il martirio, solo ad alcuni mesi di distanza da quello di mons. Romero.

Queste consorelle ci offrono un bel riflesso del carisma che i figli e le figlie di san Domenico sono chiamati a vivere. Una testimonianza autentica, un annuncio integrale del vangelo, una predicazione fondata su una vita di conformazione al Signore sino all’oblazione totale di sé.

Qual era la storia di queste due domenicane?

Mary Elizabeth Clarke, poi sr. Maura, nacque il 13 gennaio 1931 nel Queens, a New York. Entrò giovane, a diciannove anni, tra le suore domenicane di Maryknoll. Prima di arrivare in El Salvador sr. Maura trascorse buona parte della sua vita missionaria in Nicaragua, sempre a fianco degli ultimi, provvedendo in ogni modo alle loro esigenze spirituali e materiali. Nell’agosto del 1980 partì per El Salvador: immersa in una situazione di grandissima tensione, non esitò a mettersi subito a fianco dei poveri per sostenerli nella lotta contro la dittatura.

Sr. Ita Ford nacque a Brooklyn, New York, il 23 aprile 1940. Dopo una prima esperienza tra le suore di Marynoll, poi conclusa per ragioni di salute, rientrò nella congregazione nel 1971 e vi rimase sino alla morte. La sua vita da missionaria, prima di rispondere all’invito di mons. Romero di andare a San Salvador, si svolse in Cile, nella missione di La Bandera, a Santiago. Anche qui, come fece poi in El Salvador, la sua missione fu subito chiara: assistere i bisognosi costretti a vivere tra grandi difficoltà, privazioni e persecuzioni a causa del regime.

Le due missionarie, giunte in El Salvador a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, lavorarono sempre fianco a fianco, sino alla morte.

Subito risalta l’ardore missionario che sin dagli inizi animò la loro vita religiosa. Una vita sempre vissuta nell’amore disinteressato, sospinte da una sete continua di giustizia. A ben vedere, incarnarono appieno quel ribaltamento delle prospettive inaugurato dalle beatitudini. Questo fu il dono più bello che consegnarono nelle mani di quei poveri: la speranza potente e nascosta delle beatitudini. Stupisce leggere il noto testo di Matteo e constatare -senza ombra di dubbio- che sr. Ita e sr. Maura incarnarono appieno questo spirito: vissero di vangelo, nutrirono col vangelo, consolarono col vangelo. A questo proposito, c’è una lettera di sr. Ita, scritta mentre si trovava in Cile, nel 1977, dove parlando a sé stessa e mettendosi davanti alla schiettezza interrogante del bisogno, afferma: “Non conosco le risposte, ma camminerò con te, cercherò con te, starò con te. Posso lasciarmi evangelizzare da questa opportunità? Posso guardare e accettare la mia povertà mentre la imparo da altri poveri?”. È commovente leggere e rileggere questa domanda: qui c’è tutto, in una riga si assapora il gusto del fare tutto con Cristo, per Cristo e in Cristo. Loro erano lì per servire Cristo negli ultimi, piangendo, gioendo, condividendo e vivendo giorno e notte con gli ultimi. Questa era la scuola di sr. Ita e sr. Maura, quella del vangelo vissuto fino alla totale oblazione di sé, nel martirio.

Sr. Ita e sr. Maura, in quanto suore domenicane, hanno incarnato appieno il carisma di san Domenico. Domenico viveva di Dio. Era un uomo evangelico, non perché parlava del vangelo, ma incarnava quella radicalità propria di chi non tiene più nulla per sé. Ha dato tutto, per la sequela e si compiaceva di tutto, in ogni cosa rendeva grazie a Dio, non poteva fare altrimenti, perché mai si stancava di abitare nella profondissima di comunione con il Signore, giorno e notte prostrato in un’adorazione silenziosa. Non poteva fare a meno di parlare sempre con Dio e di Dio, ovunque si trovasse, perché non poteva trattenersi dal mostrare quella via che è Cristo e che alcuni non riescono a trovare, lasciandosi dissuadere lungo il percorso.

In questo specchio, guardando attentamente, sembra di scorgere sr. Ita e sr. Maura che sono riuscite ad incarnare così meravigliosamente quel grandioso, difficile e maturo equilibrio che sono chiamati a vivere i figli e le figlie di san Domenico. Del resto, le due martiri hanno imparato la grandezza alla scuola dei piccoli poveri, hanno sperimentato cosa significa aver fame e sete condividendo la carestia della giustizia, hanno ascoltato limpidamente la voce di Cristo tra i lamenti degli oppressi, hanno conosciuto l’umana e immensa difficoltà di amare i nemici e la meraviglia di amare il prossimo, hanno però scoperto la difficoltà di amare sé stesse dopo essersi specchiate nella maestosità dei piccoli. Hanno poi lambito la soglia gioiosa del Paradiso seppellendo i morti innocenti e, infine, hanno saputo scorgere, vivere e contemplare la presenza di Dio anche nei crepacci bui in cui la brutalità dell’uomo può condurre.

Come Domenico, quello in cui vissero sr. Ita e sr. Maura era un convento “senza mura”, dove il capovolgimento delle prospettive inaugurato dal vangelo si incarnava, sì, nel dolore e nella sofferenza ma venato già di quel gaudio, pieno di speranza, che già intravede la vittoria.

fra Simone Garavaglia