Il servo di Dio José Alvarez Fernandez, detto “Apaktone”(16.05.1916 – 19.10.1970), missionario domenicano, nacque a Cuevas (Asturie) il 16 maggio 1890. Entrato nell’Ordine dei Predicatori emise la professione solenne il 4 ottobre 1909 cui seguì, con un anno in anticipo, l’ordinazione sacerdotale il 26 luglio 1916. Sin dai primi anni di vita religiosa maturò in p. Fernandez una profonda vocazione missionaria, un desiderio costante che lo animò durante tutta la sua formazione istituzionale, a tal punto, che già il 24 dicembre 1916 si imbarcò per il Perù. Giunse a Puerto Maldonado nei primi giorni del 1917. Da questo momento si immerse in una entusiasmante attività missionaria che si protrasse per ben cinquantatre anni tra le tribù indigene del Madre de Dios.

Volendo contestualizzare sul piano geografico l’attività di p. Fernandez, essa si svolse nella vasta regione del Madre de Dios, oggi parte del vicariato apostolico di Puerto Maldonado, un’area del Perù confinante con la Bolivia di estensione pari a circa 150 chilometri quadrati, nel cuore dell’Amazzonia peruviana. Qui, vivendo ininterrottamente nella foresta, in rifugi di fortuna e percorrendo in canoa diversi fiumi tra cui il Madre De Dios, il Purùs e l’Urubamba, riuscì ad entrare in contatto con molte tribù indigene spesso reticenti ad avere contatti con stranieri. Nonostante le difficoltà, la fame e non poche malattie che lo colpirono – a causa delle quali rischiò persino la morte in diverse occasioni -, anche per via delle precarie condizioni di vita, riuscì ad immergersi nella cultura locale, spendendosi completamente per l’evangelizzazione e per la difesa delle tribù e dei loro diritti.

Per ben capire l’opera del servo di Dio e la sua profetica novità, non si può prescindere neanche dal ricordare qual era la situazione di quelle regioni sotto il profilo storico-economico entro cui essa si svolse. Il missionario domenicano giunse nell’Amazzonia peruviana in un periodo di violenti e diffusi conflitti tra le popolazioni indigene locali e le imprese commerciali che, a decorrere dai primi decenni del XX secolo, intrapresero in quelle zone uno sfruttamento intensivo delle foreste per l’estrazione della gomma dall’albero del caucciù. Le ripercussioni sull’attività missionaria furono inevitabili: difatti, i nativi finirono per precludere l’accesso alla foresta pluviale a qualsiasi straniero, utilizzando non di rado le armi. Ciò nonostante e in modo umile, p. Fernandez si recò presso tali popolazioni indigene. Con rispetto e stima, riuscì ad entrare in dialogo con diverse di esse, tra cui le tribù Huaraya, Toyeri e Iñaperi. Finanche le più remote ed ostili, in particolare quella dei Mashcos e degli Amarakaeris (parte della popolazione Harakmbut). Proprio nell’intento di raggiungere quest’ultimi nativi il missionario ricevette il soprannome di “Apaktone” (in lingua nativa “Ah-pahk-toe-nay”), con cui oggi è meglio ricordato e amato da tutte le popolazioni locali.

Ma da dove gli derivò questo soprannome di “Apaktone”. Vale la pena parlarne, poiché da essa ben emerge il legame che univa quest’uomo ai “suoi principi e principesse” – così egli amava chiamare i nativi. Era il 1940 quando p. Fernandez insieme ad una guida indigena si inoltrò nei territori inesplorati delle tribù Mashcos e Amarakaeris. Nel corso del viaggio venne improvvisamente accerchiato da guerrieri indigeni armati che difendevano il loro territorio, i quali fecero spogliare p. Fernandez minacciandolo di non avvicinarsi. La guida allora rivolgendosi agli indigeni disse in lingua locale: “Apaktone jiurambayo ahuajijikda ombeinapene yayukaatei” (Mio padre è anziano e senza vestiti morirà di freddo, dateglieli indietro!). Di qui l’appellativo “Apaktone” ossia “Papà saggio e anziano”. Anche il missionario iniziò a parlare con loro in lingua harakbut -conosceva infatti gran parte dei dialetti locali e scrisse anche diverse grammatiche e dizionari- vincendo così la diffidenza degli indigeni. Scaturì dunque un dialogo e un rispetto reciproco che consentì al missionario domenicano di portare le parole del Cristo persino ai temibili Amarakaeris, sino ad allora annoverati tra le tribù cosiddette “incontattate”. Quando papa Francesco si recò in visita pastorale a Puerto Maldonado, si pose il problema agli organizzatori di come presentare alle popolazioni locali la figura del pontefice. “Non c’è alcun problema” rispose il vescovo locale di Puerto Maldonado, mons. David Martínez De Aguirre Guinea, O.P. “basta dire loro che è come Apaktone!”.

Quali furono tratti principali dell’azione missionaria del servo di Dio? Parafrasando quanto si legge in Evangelii Nuntiandi nn. 19-20, il missionario “Apaktone” ha prima vissuto e poi annunziato con semplicità ed abnegazione il messaggio evangelico, che con la sua unica forza sa raggiungere e sconvolgere il cuore di ogni uomo. Immergendosi nelle culture locali, mosso da una fede profonda e verace, ha saputo far emergere nei destinatari quel lento ma essenziale mutamento di paradigma che consente all’annuncio di non rimanere soltanto tangenziale, ma di penetrare nel profondo. Ha saputo cogliere in quei popoli un’apertura entro cui far breccia, reindirizzando quella religiosità -già acutamente presente nei nativi a livello di religioni tribali tradizionali- verso obiettivi differenti. Si parla sovente di “inculturazione”, ebbene, p. Fernandez rappresenta un autentico e non precostituito testimone in tal senso, un vero evangelizzatore della cultura che ha saputo cogliere lo scambievole arricchimento tra questa ed il Vangelo. La cultura infatti consente di massimizzare la qualità della testimonianza della Verità annunciata e, a sua volta, il Vangelo contribuisce alla maturazione delle potenzialità umanizzanti insite, ancorché in germe, in ogni cultura (cf. Giovanni Paolo II, Es. Ap. “Ecclesia in Oceania”). In altri termini, è un processo ermeneutico quello che il missionario domenicano ha attuato nella quotidianità, attraverso un itinerario di inculturazione del Vangelo.

Non ci si può esimere poi dal considerare il ruolo determinante che rivestì Apaktone nel risveglio della giustizia sociale tra i nativi. L’arrivo e la pervicace diffusione dei “caucheros” (i cacciatori di caucciù) rappresentarono un vero e proprio trauma per i nativi del Madre de Dios: essi, infatti privi di ogni scrupolo, intrapresero uno sfruttamento selvaggio, accompagnato da persecuzioni efferate. L’arrivo di Apaktone fu un’epifania di speranza, un sostegno costante a tutti coloro che intendevano difendere i diritti umani degli indigeni e profetico baluardo contro ogni campagna di distruzione scriteriata delle terre amazzoniche. Ecco allora un altro elemento che rende quanto mai attuale questo missionario; proprio ora, a pochi mesi dal Sinodo Panamazzonico del prossimo ottobre, il suo messaggio assume una particolare e profetica portata, in riferimento alla reiterata rilevanza che viene conferita nell’Instrumentum Laboris alla salvaguardia della dimensione sociale ed ecologica dell’Amazzonia, al rispetto dell’identità dei popoli indigeni, all’importanza del dialogo quale punto di partenza di ogni missione evangelizzatrice. In tale direzione si muove e cammina il vicario di Puerto Maldonado, David Martínez De Aguirre Guinea, O.P. quando afferma: “Ciò che Apaktone rappresentò per gli Harakbut nel momento più drammatico della loro storia, è ora Francesco per gli indios dell’Amazzonia”.

Nel sopramenzionato Instrumentum Laboris – com’è prevedibile – si ritrovano alcune delle più importanti linee-guida del magistero di papa Francesco, ed in particolare quella pastorale-missionaria, fortemente ispirata all’Evangelii gaudium, quella della salvaguardia del creato e il rispetto dell’ambiente, ripreso dalla Laudato sii, ed infine quella della sinodalità ecclesiale di cui si tratta nella Cost. Ap. Episcopalis Communio. Tutte tematiche, queste, che permettono agevolmente di scorgere con chiarezza di pensiero e di lettera, una coincidenza tra gli attuali intenti del Sinodo Panamazzonico e quanto operò p. Fernandez nell’Amazzonia peruviana.

Il servo di Dio padre Fernandez fu un uomo di grande preghiera, che viveva profondamente quell’incontro con il Signore in grado di conferire vigore dinanzi alle difficoltà, in apparenza smisurate, della missione. Fu un grande uomo d’azione, in grado di servire la Chiesa quale vero discepolo del Vangelo, prodigandosi in ogni modo per diffonderla, per rendere partecipe chiunque del messaggio cristiano di gioia e di speranza: percorse innumerevoli tratti di fiumi in canoa, sperimentò la solitudine nella foresta e l’ostilità iniziale dei nativi, soffrì per le malattie che lo colpirono, eppure mai si spense in lui il desiderio di fare degli indigeni “un autentico popolo cristiano ideale”, nel pieno rispetto della loro identità e nella difesa dei loro diritti. Fu un eccellente predicatore, – che si esprimeva nelle varie lingue che gli capitava di incrociare lungo i suoi viaggi – poiché prima di tutto la sua vita fu un’autentica e preziosa catechesi sospinta dalla carità. Fu un grande domenicano, poiché incarnò perfettamente lo spirito di donazione totale per la proclamazione a tutti i popoli della persona di Gesù e del suo messaggio di salvezza, ad immagine di San Domenico.

P. Fernandez morì a Lima, ove si ritirò nei suoi ultimi anni di vita, il 19 ottobre 1970. Nel 2000 venne avviato il processo di beatificazione, tuttora in corso.

fra Simone Garavaglia