“Sentinella a che punto è la notte?” Lo struggente versetto del libro di Isaia sembra essere il più fedele compagno del cammino che l’umanità compie nel tentativo di comprendersi, di avvicinarsi, di superare l’odio e le incomprensioni. Negli anni scorsi molti uomini e donne hanno percorso questa strada lasciandoci una testimonianza anche con il martirio, con il sacrificio della vita. Così è stato per Pierre Claverie, domenicano e vescovo di Orano, che lo scorso anno è stato canonizzato con gli altri martiri di Algeria. A ricordare la figura di Claverie, ma anche di Christian de Chergé e degli altri monaci trappisti di Tibhirine e dei religiosi vittime del terrorismo nei tremendi anni ‘90 algerini, l’incontro che ha visto protagonisti nell’ambito dei “Martedì di san Domenico”, lo scorso 19 novembre, monsignor Pierbattista Pizzaballa, francescano e amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme e padre Claudio Monge, parroco della parrocchia dei santi Pietro a Paolo a Istanbul e responsabile del centro studi Dosti, entrambi osservatori privilegiati  di realtà multiformi come quella della Terra Santa e della Turchia che non consentono superficialità o facili schematismi.

L’esperienza di entrambi, indica una dato fondamentale: ossia che il dialogo è vita, nel senso che oltre un livello che, pure è necessario, quella dei colloqui e dei documenti ufficiali, ultimo dei quali quello di Abu Dhabi sulla fratellanza umana firmato da Papa Francesco dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, quello che è davvero fondamentale è la relazione umana: il dialogo, in altri termini, non è un confronto tra concetti astratti, ma un venirsi incontro di persone concrete. Il che vuol dire, come ha puntualizzato monsignor Pizzaballa che ciò che davvero conta sono i gesti e le testimonianze. Solo così si può avere un rapporto reale e vivo. Per fare questo è necessaria una memoria che non sia rimossa, ma purificata, la volontà di affrontare insieme i temi più complicati, sapendo che il dialogo presuppone l’alterità e che ci sono comunque delle differenze che non sono componibili in una sintesi che finirebbe, quasi inevitabilmente a non risolvere i vecchi problemi o a crearne di nuovi.

In questo senso, l’esempio di Pierre Claverie e dei martiri di Algeria conserva il suo aspetto profetico: l’esperienza di fede come elemento che unisce nell’umanità senza nascondere le differenze, ma senza trasformare le religioni in forme di aggregazione identitarie ed escludenti. C’è il rischio dell’uso strumentale di tradizioni culturali, ma senza una vera fede. Per questo, monsignor Pizzaballa ha ricordato in Pierre Claverie l’esempio di un uomo che ha cercato il dialogo, senza essere un idealista astratto, ma con la capacità di prendere posizioni chiare contro un dialogo ingenuo che evita un confronto difficile ma rispettoso. In un certo senso si potrebbe dire che, per dialogare e riconciliarsi, occorra prima essere riconciliati. Secondo padre Monge è il vivere la propria esperienza di fede ad essere determinante, è ciò che permette di vedere l’umanità dell’altro, prima ancora di vedere la differenza come un problema o un pericolo. In questo senso lo slancio mistico di Christian de Chergè, rappresentato dalla sua omelia del Natale del 1995 è una via che tutti i cristiani sono chiamati a seguire, ossia quella di essere: “un segno disarmante di un Dio che è disarmante”. Quel Dio che nel Natale si mette nelle mani dell’umanità come un bimbo indifeso e che, solo, con il suo perdono e la sua misericordia, può sanare quelle che Claverie chiamava, le “linee di frattura” che feriscono l’umanità.

fra Giovanni Ruotolo