5 marzo 2015

Pulire il tempio del nostro cuore

Letture: Es 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

La prima lettura è tratta dal Libro dell’Esodo (Es 20, 1-17): il popolo ebraico deve attraversare il Mar Rosso e, giunti al monte Sinai, Dio dona a Mosè e al suo popolo dieci parole di vita. Tre di esse riguardano la relazione con Dio e sette quelle con il prossimo, vale a dire: per vivere bene con Dio è necessario vivere bene con i nostri fratelli. Dirà san Giovanni che non è possibile affermare di amare Dio se non si amano i fratelli. È doveroso eliminare dalla nostra esistenza tutto ciò che è egoismo, rancore, critiche negative e ogni forma di cattiveria. È così che si impara a vivere come veri discepoli del Cristo. Il salmo 18 è una preghiera che ci fa cantare il seguente insegnamento del Signore: «La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima». Questa legge è qualcosa di molto di più di un comando: con Gesù scopriamo che le parole di Dio sono quelle della vita eterna e allora sì che possiamo cantare la nostra gioia e la nostra azione di grazie per questo nutrimento che Dio ci dona. 

Nella sua prima lettera ai Corinti, Paolo spiega fin dove arriva l’amore di Dio: «Noi invece annunciamo Cristo crocifisso» (1Cor 1, 23). Per i Corinti ciò era follia, ma ciò che è follia allo sguardo degli uomini è saggezza per Dio. L’amore vero non si accontenta di un “programma minimo”: amare significa donare tutto e donarsi interamente e non esiste un amore più grande di quello che porta a donare la propria vita per coloro che si amano. È con lo sguardo rivolto verso il Crocifisso che si comprende la grandezza e la follia di questo amore.

Il Vangelo (Gv 2, 13-25) ricorda un altro aspetto della conversione alla quale il discepolo di Cristo è chiamato. Siamo nel tempio di Gerusalemme: qui, quando Gesù scaccia via i venditori con le loro pecore e i loro buoi, gettando per terra la moneta dei cambiavalute e rovesciando i loro banchi, i discepoli si ricordano della parola della Scrittura: «Lo zelo della tua casa mi divora» (Sal 69,10). Essi interpretano l’azione di Gesù alla luce dello zelo di Elia (1 Re 19,10.14.15-18; 2 Re 10,1-28), vedono in Gesù il Messia, che viene a consolidare le istituzioni religiose di Israele con la forza e la violenza. Non hanno capito niente, neppure ciò che Elia stesso aveva appreso nella sua esperienza mistica sul monte Oreb: che Dio non è presente in ciò che è violento, ma in ciò che è dolce e pacato, in una brezza leggera. Dicendo: «non fate della casa del Padre mio un mercato», Gesù si colloca su un altro terreno. La «Pasqua dei Giudei» (Gv 2, 13) come la chiama l’evangelista Giovanni è tutt’altra cosa dalla «Pasqua del Signore» (cf. Es 12,11.48) e il tempio in cui si svolge questa Pasqua degli Ebrei non è più la casa di Dio. Chiamando Dio: «Padre mio», Gesù indica che la relazione tra Dio e il popolo non può più essere formulata in termini di sacrificio cruento e quindi di violenza, ma in termini di amore paterno e filiale.

Tuttavia, questo commercio era comodo per i fedeli perché permetteva di trovare sul posto ciò che era necessario ad offrire i sacrifici nel tempio. Ma Gesù non vuole che la casa di suo padre divenga, appunto, un luogo di traffici: il tempio è prima di tutto il luogo della presenza di Dio. Allo stesso modo le nostre chiese dovrebbero essere dei luoghi di preghiera e di incontro con Dio. Ma c’è un altro mercato al quale noi dovremmo fare molta attenzione ed è quello che si estende all’interno del cuore umano. In effetti è il nostro cuore il tempio vero dove Dio desidera prendere dimora e abitarvi. Ora, troppo soventemente, siamo invischiati nella ricerca dei nostri interessi personali a non importa quale prezzo. Ci sono erbe velenose che si chiamano arroganza, voracità e insaziabilità e che certamente non possono renderci felici; al contrario, non fanno altro che rendere la nostra vita e quella degli altri sempre più amara e infelice. É da tutto ciò che bisogna liberarsi se si desidera fare della casa del Padre una dimora degna di questo nome. Ora ecco che Gesù entra nella nostra vita come egli è entrato nel tempio di Gerusalemme: rovescia tutto quello al quale noi diamo la priorità; ribalta tutte le bancarelle dei nostri interessi personali e viene a ricordarci che Dio deve essere rimesso al primo posto nella nostra vita. È il Dio che ama con un amore geloso e non vuole che la nostra esistenza sia inquinata da tutti questi veleni. Vivere la Quaresima significa aprirsi a questo amore che è in Dio e lasciarci trasformare in lui. Ogni domenica il Vangelo diviene come la «frusta di cordicelle» che Gesù utilizza per cambiare il nostro cuore e la nostra vita. Il Signore è lì per sopprimere l’attaccamento a noi stessi e tenta di annullare la tenacità con la quale cerchiamo di curare i nostri affari a non importa quale prezzo. Il Vangelo ci è dato perché cambi il nostro cuore e per avere il coraggio di “fare le pulizie di Pasqua” in modo da accogliere degnamente il Cristo risorto.