Mi vuoi bene?”

5 maggio 2019

LETTURE: At,5,27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

L’atmosfera di questo ventunesimo capitolo di Giovanni – come un’appendice, apposta dopo una prima conclusione del libro – è soffusa di malinconia, è come un attardarsi pensoso intorno a Gesù nel timore di separarsi definitivamente da lui. Un gruppetto di discepoli è ritornato nei posti dove avevano sempre vissuto e dove la loro avventura aveva avuto inizio: le contrade della Galilea intorno a quel lago che il quarto vangelo non rifugge dal menzionare con il suo nome pagano, il mare di Tiberiade. Erano pescatori, avevano accolto con entusiasmo l’invito di Gesù a seguirlo, gli erano stati vicini fino alla fine, almeno fin quasi alla fine. Poi tutto era precipitato e le speranze già affievolite si erano definitivamente infrante: il loro Maestro era stato tradito, arrestato, processato, condannato, crocifisso. Quando ormai tutto sembrava un brutto sogno da dimenticare, all’improvviso, l’annuncio di Maria di Magdala aveva sconvolto tutti e alla vista della tomba vuota avevano visto, e avevano creduto. La sera stessa il Signore era apparso a loro, rinchiusi e intimoriti, lo avevano visto con i loro occhi e i loro cuori erano pieni di gioia nel vederlo.

Adesso qualche tempo è passato, forse la gioia pasquale ha iniziato ad affievolirsi, ci si è chiesti cosa si stava a fare ancora a Gerusalemme, meglio ritornare a casa, là dove tutto era incominciato. E là si riprende il vecchio lavoro, le vecchie abitudini, là la nostalgia colora il ricordo mentre la gioia provata quella sera nel cenacolo, dove lui a porte chiuse si era manifestato e avevano potuto vederlo e stringerglisi attorno, a poco a poco si affievoliva. “Allora uscirono e salirono sulla barca, ma quella notte non presero nulla”. Poche parole, a dire icasticamente cosa è una vita senza la presenza viva di Gesù. E quando questi appare, ritto sulla riva del lago, nemmeno più sono in grado di riconoscerlo, è uno sconosciuto che chiede qualcosa da mangiare. “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci”. Il vangelo di Luca (cap. 5) ci narra un episodio analogo, collocato però all’inizio del ministero di Gesù: allora la pesca miracolosa era stata l’occasione perché Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, lo seguissero. Ora lo stesso miracolo –anche qui ci sono Pietro e i figli di Zebedeo – fa riconoscere il Signore ai discepoli immalinconiti e ripiegati su se stessi.

A questo riconoscimento del Risorto, fa seguito la festa insieme a lui. Anzi è proprio Gesù che fa i preparativi, prepara la brace per il pesce arrostito, il pane.

Ci si potrebbe fermare qui: uomini un po’ stanchi nella loro fede, forse delusi nelle loro aspettative, provano a ricominciare tutto da capo e si accorgono che invece Gesù è sempre con loro, che la sua risurrezione non lo ha sottratto dal contatto vitale con le loro esistenze, che con lui l’impossibile continua ad essere possibile e i miracoli avvengono. Dove c’è lui c’è festa, la gioia pasquale trasforma la malinconia nella calda intimità con il Figlio di Dio.

Ci si potrebbe fermare, ma l’evangelista aggiunge altri simboli, ad arricchire il significato dell’incontro pasquale con il risorto che i discepoli, ormai in ogni luogo e in ogni tempo, possono avere: la rete che non si rompe, il numero dei pesci in essa contenuti, la distribuzione del pane… per indicare la fecondità, l’indissolubilità e l’universalità della comunione con il Risorto che da allora e per sempre costituisce la sua Chiesa.

Ci si potrebbe fermare perché la liturgia di questa domenica prevede una “forma breve” del vangelo, ma vale la proprio la pena di soffermarsi sugli ultimi versetti, l’estremo dialogo tra Gesù e l’apostolo Pietro, che concludono il quarto vangelo.

La traduzione dal greco del testo evangelico in uso fino a qualche anno fa, ripeteva per tre volte la stessa domanda di Gesù: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?” e la stessa risposta di Pietro: “Certo Signore, tu lo sai che ti voglio bene”, a cui seguiva l’investitura pastorale del capo degli apostoli. Così si sottolineava bene, con la triplice reiterazione della domanda e della risposta, la corrispondenza con il triplice rinnegamento. Ma a ben vedere il testo dice qualcosa di più, e la traduzione ora consente di vederlo. Per due volte Gesù domanda “mi ami tu?” richiedendo quell’amore (agape) che è il suo proprio, la novità evangelica di un amore che non chiede riconoscimento e si china sul bisogno dell’altro con una tenerezza incondizionata; per due volte Pietro risponde riaffermando “ti voglio bene”, a indicare un amore di amicizia, un affetto che deriva dalla consuetudine, dalla reciprocità. Pietro offre di meno di quello che Gesù gli chiede. Sorprendentemente, alla terza domanda, Gesù non provoca Pietro a fare un salto di qualità nella sua offerta di amore, ma abbassa invece la portata della sua richiesta. Domanda così, infine: “Mi vuoi bene?”, accontentandosi dell’amore che Pietro gli può offrire (e così dimostrando la vera qualità del suo proprio amore, che non chiede reciprocità). Straordinaria consolazione offerta a tutti noi: il Signore, certo è esigente e chiede dedizione completa, addirittura fino alla morte, ma al tempo stesso sa chi siamo e si accontenta del nostro povero e incerto amore.