6 Dicembre 2020

Un tempo di consolazione

LETTURE: Is 40,1-5.9-11; Sal 84; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

Ben si adatta allo spirito dell’Avvento la prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia. Col quarantesimo capitolo si apre la sezione chiamata dagli esegeti “Deutero-Isaia” (cc. 49-55), che contiene la profezia del ritorno degli ebrei dall’esilio in Babilonia. Le parole di consolazione e d’incoraggiamento del profeta vengono riprese nella pericope scelta dal vangelo secondo Marco per introdurre Giovanni Battista, che qui viene rappresentato chiaramente come il precursore del Signore che deve venire. La seconda lettura, tratta dalla seconda lettera di san Pietro apostolo, completa il senso dell’attesa proprio di questo tempo forte dell’anno liturgico ampliando lo sguardo, dalla memoria della prima venuta del Signore nella carne, fino all’avvento del Giorno del Signore quando il Crocifisso Risorto tornerà nella gloria per stabilire cieli nuovi e terra nuova.

La motivazione ultima della consolazione che viene dal Signore è la venuta del Signore stesso: così è, se accettiamo di leggere la pagina del Deutero-Isaia alla luce della verità evangelica. Come al tempo dell’Esodo, il deserto, proprio laddove l’uomo è portato al limite delle sue capacità di autosostentamento, si rivela come il luogo in cui l’Altissimo si lascia conoscere. La tribolazione e l’espiazione per le colpe cessano nel momento in cui la gloria del Signore si affaccia nella storia, così come gli ostacoli posti dalle circostanze (valle, monte, colle, terreno accidentato e terreno scosceso) vengono trasformati in terreni agevoli. Nulla, nemmeno il peccato del popolo, può ostacolare questa venuta: essa si compirà nella pace e il Signore si mostrerà come un pastore amorevole che fa pascolare il gregge, lo raduna e si prende cura di tutte le pecore a seconda delle necessità. Alcune sul petto, come gli agnellini, altre condotte con dolcezza, come le pecore madri. Il popolo visitato dal Signore non conosce, quindi, un trattamento meramente collettivistico, perché nella relazione con Signore la comunità scopre la centralità della persona. La potenza con cui il Signore manifesta la sua gloria – per i contemporanei dell’Autore il riferimento è all’uscita da Babilonia, per noi cristiani è un testo che annuncia l’Incarnazione – riempie l’ambiente di gioia e la consolazione per il dolore sofferto diventa la tonalità dominante.

Dopo la menzione del “titolo” dell’opera che inizia con queste parole Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio (v. 1), che mette già l’accento su di una buona notizia che si è avverata in Gesù riconosciuto come Cristo e Figlio di Dio – tutto il libro sarà, per così dire, dedicato ad introdurre il lettore nella comprensione di questi titoli attraverso la narrazione dei fatti decisivi della storia del Nazareno – il testo propone una sorta di oracolo sintetico di due tradizioni profetiche dell’Antico Testamento, alla luce delle quali l’evangelista interpreta il ruolo di Giovanni Battista. Con riferimento a Ml 3,1 (Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero…), il testo intende sottolineare il ruolo “angelico” del Battista chiamato ad annunciare la venuta del Signore. Con riferimento a Is 40,3 (Voce di uno che grida nel deserto…), invece, viene posta all’attenzione come Giovanni sia “la voce” che, nel deserto, annuncia la liberazione (come fu dall’esilio, ma anche dalla schiavitù in Egitto). Concretamente il Battista prepara la via del Signore con il battesimo e la predicazione. Incomparabile con il battesimo proprio della tradizione cristiana, il rito d’immersione ed emersione dalle acque praticato da Giovanni era un semplice segno (non efficace) che manifestava la volontà di chi vi si accostava di intraprendere un cammino di conversione in vista del perdono dei peccati. Togliendo gli ostacoli del peccato manifesto, queste donne e questi uomini pensavano così di aprirsi all’imminente incontro col Signore e con il suo perdono. Che questo rito avvenga nel deserto non è affatto casuale: il deserto è infatti simbolo dello spazio che il Signore attraversa per farci passare dalla schiavitù del peccato (Egitto) alla libertà nella Terra Promessa. Ma il Battista è chiamato anche a predicare. Nel momento in cui il testo introduce il suo messaggio non manca di alludere – attraverso il particolare del vestito di peli di cammello – alla sua continuità con la figura di Elia che vestiva in modo simile (2Re 1,7-8; 2,8). Il ruolo profetico del Battista (cui s’aggiunge la cintura di pelle, segno del profeta e del pellegrino, e il particolare del cibo proprio degli asceti), viene esemplificato dalle parole che pronuncia riguardo a “Colui che viene”, il Messia e Signore atteso da Israele. L’essere battezzati nello Spirito Santo corrisponde al compimento della promessa attesa per gli ultimi tempi (Gl 3,1), quando ogni uomo parteciperà alla stessa vita divina. L’uomo è infatti stato creato da Dio per poter essere pienamente se stesso, solo ospitando il dono della vita divina. In forza di questa relazione, risulta evidente che ogni chiusura immanentistica dell’uomo in se stesso coincide con la negazione stessa dell’Evangelo.

Nella seconda lettura emerge uno dei temi che ha travagliato l’attesa impaziente delle prime generazioni cristiane: perché il Signore tarda a venire? Oltre alla differenza tra la prospettiva sulla storia propria dell’Eterno e quella umana, il testo attribuito all’apostolo Pietro mette in luce la motivazione di tale presunto ritardo: nella sua infinita misericordia Egli ha deciso di fare a tutti la possibilità di conoscere un serio pentimento e di disporsi a lasciarsi convertire dal Signore. Vissuta all’insegna di una speranza tesa verso un definito rinnovamento storico e cosmologico, l’attesa cristiana degli ultimi tempi non impedisce, ma al contrario, richiede un deciso impegno morale lungo i sentieri del tempo.