L’agnello di Dio: luce e salvezza per ogni uomo

19 gennaio 2020

Letture: Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Il Tempo Ordinario riprende il proprio percorso focalizzando l’attenzione della Chiesa sul mistero di Cristo. L’intenso passo del quarto vangelo presenta la testimonianza di Giovanni Battista su Gesù, incorniciandola tra due dei più decisivi titoli cristologici: “Agnello di Dio” (Gv 1,29) e “Figlio di Dio” (Gv 1,34). Soprattutto il primo appellativo viene approfondito nella Prima lettura da alcuni versetti del Secondo canto del servo del Signore, in cui il profeta Isaia descrive il prescelto da Dio come colui che, pur disprezzato, è chiamato a portare la luce e la salvezza divina, oltre i confini di Israele, a tutte le genti. Il canto del salmo 39 viene a rafforzare il senso cristologico del brano profetico. Con la seconda lettura, che riporta l’incipit della prima lettera ai Corinzi, la liturgia della Parola intende infine accompagnare l’assemblea riunita per la celebrazione domenicale a riconoscersi come “Chiesa di Dio”, santificata “insieme a tutti coloro che in ogni luogo invocano il nome del Signore” (1Cor 1,2).

Costruita in modo tale da procedere dal presente della narrazione per reperire le motivazioni di quanto attestato in un passato non precisamente collocato, la pericope relativa alla testimonianza di Giovanni Battista sull’identità profonda di Gesù trova il proprio dinamismo nella peculiare esperienza del testimone stesso. Tale esperienza è caratterizzata dal mandato e dall’illuminazione divina che consente a Giovanni di accedere all’identità di colui che egli non conosceva (Gv 1,31.33), nel momento in cui Gesù entra in contatto con lui. Inviato a battezzare nell’acqua affinché colui “che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1,33) potesse essere manifestato ad Israele, Giovanni può testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio perché ha visto lo Spirito Santo discendere in forma di colomba e rimanere su di lui, così come gli era stato anticipato da Colui che lo aveva mandato a battezzare. Gesù può essere riconosciuto come Figlio di Dio, ma anche come Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, grazie allo Spirito Santo, la cui azione accompagna sempre quella del Verbo. Dono del Padre e del Figlio, lo Spirito Santo ci fa conoscere ed amare lo stesso Gesù, il quale ci consente di entrare in relazione col Padre come figli (Gv 1,12-13).

L’apertura e la conclusione della pericope trovano nei titoli cristologici di “Agnello di Dio” e di “Figlio di Dio” i rispettivi vertici della testimonianza giovannea. Dal punto di vista della struttura del Quarto Vangelo così come la incontra il lettore, risulta evidente l’intreccio della testimonianza del Battista con quanto si dice a proposito nel Prologo (Gv 1,1-18). Questa semplice osservazione permette di attribuire all’espressione “Figlio di Dio” il valore già dichiarato nel testo inaugurale. Conseguentemente con tale titolo si può contemplare la singolare identità di Gesù (“Figlio unigenito che viene dal Padre”, “Figlio unigenito che è Dio”) in ordine alla domanda fondamentale sull’origine, per aprirsi poi alla comprensione della tonalità caratteristica della missione di Gesù. L’identità del Figlio e la missione che riceve dal Padre a favore di ogni uomo che viene nel mondo costituiscono infatti un plesso che, per quanto suscettibile di distinzioni, non può conoscere separazioni nette. Che il Battista, vedendo Gesù avvicinarsi, lo riconosca così vivacemente come l’Agnello di Dio consente di cogliere alcuni aspetti della qualità della missione del Cristo a nostro favore. Nel riferimento all’agnello è infatti simboleggiato il mite potere della dedizione di Gesù a favore dei suoi fratelli, che si estende – come luce salvifica – fino all’estremità della terra (cfr. Is 49,6). Molteplici e significativi sono infatti i rinvii scritturistici condensati all’interno di questa figura, che permettono un approfondimento cristologico: l’agnello è innanzitutto l’animale che veniva sacrificato ogni giorno nel tempio in segno di espiazione e di comunione, così com’è l’animale consumato a Pasqua il cui sangue ha significato la salvezza per il popolo di Israele (Es 12; Gv 19,36); con quest’animale viene poi identificato il servo di JHWH, il cui atteggiamento di mitezza si manifesta nel silenzio con cui viene condotto al macello (Is 53,7); infine l’agnello è ricordato nel Libro dell’Apocalisse come “immolato fin dalla fondazione del mondo” (Ap 13,8) e come “Re dei re” (Ap 17,14). Nel Figlio di Dio, fattosi Agnello, per redimere il peccato del mondo attraverso la sua dedizione senza riserve trova compimento la figura del servo di JHWH ricordata dalla Prima lettura: “Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria” (Is 49,3). Gloria che si è manifestata nell’obbedienza d’amore di Gesù al Padre (Sal 39,8-9 “Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel profondo del mio intimo”), a favore dei fratelli.

Il Verbo ha assunto la natura umana; il Figlio si è fatto Agnello. L’evento cruciale della storia si  dà come salvezza e redenzione. Tra la profezia di Isaia quanto all’estensione della salvezza (Is 49,6) ed il saluto benedicente di Paolo alla Chiesa di Corinto insieme ai cristiani di ogni luogo (1Cor 1,2)  si può leggere uno stretto rapporto determinato dall’azione del Cristo che continua nella storia. In un tempo in cui l’umanità s’illude di poter unificare il mondo attraverso i potenti mezzi del tecno-capitalismo, risulta più che mai necessario tornare con il cuore e la mente al disegno di Dio secondo il quale la Chiesa cattolica, Corpo di Cristo animato dallo Spirito Santo, è il sacramento dell’unità di tutto il genere umano (Lumen Gentium, 1). Onorare questa dimensione del Disegno è compito di ogni cristiano.