Giusto ottocento anni fa, proprio qualche giorno prima di Pasqua, i frati Predicatori che l’anno prima, nel 1218, si erano installati nel convento di Santa Maria della Mascarella, lasciavano la loro prima sede nella città di san Petronio per raggiungere la poco distante chiesa di san Niccolò delle Vigne, dove ancora oggi sorgono il convento e la basilica di San Domenico. Per quella piccola comunità, quel «piccolo gregge», per usare le parole dell’autore delle Vitae fratrum, Gerardo Frachet, nata dall’intuizione di un canonico spagnolo, Domenico di Guzman, fu un’annunciazione del tutto speciale. Per questi nostri confratelli si apriva una nuova pagina di un libro le cui prime righe erano ancora fresche d’inchiostro.

Il ricordo di quell’inizio noi frati di San Domenico lo abbiamo voluto celebrare nella nostra basilica il giorno della solennità dell’Annunciazione con l’eucaristia presieduta dal vescovo di Reggio Emilia. Mons. Massimo Camisasca ha voluto, nel corso della sua omelia, condividere un importante ricordo della sua vocazione e della sua vita religiosa: l’incontro con san Tommaso d’Aquino e, attraverso di lui, quello con san Domenico. Il ricordo dei pochi giorni trascorsi a San Domenico, del canto solenne della Salve Regina alla maniera domenicana e, in modo particolare l’aver avuto modo di osservare da vicino la vita e la preghiera dei frati, nel racconto dell’arcivescovo, hanno preso la forma del ricordo tenero e affettuoso e ribadito quanto sia vera la parabola del seminatore che getta il seme, poi che vegli o dorma, nemmeno lui sa come, il seme germoglia, come la  sua vocazione religiosa ha fatto. Ecco perché il gesto di donare il suo zucchetto episcopale, lasciandolo con affetto, sull’altare dell’arca di san Domenico è stato così eloquente nel mostrare il suo sentimento di fraternità nella sequela di Cristo e di affetto verso i figli di san Domenico.

Certamente il ricordo di quei giorni ha in qualche modo ispirato le parole di mons. Camisasca che ci ha invitato ad essere sempre quella «compagnia di ventura» che san Domenico mandò, così ha detto nella sua omelia, a «combattere per la verità. E non si può combattere per la verità se non si prega, non si studia, non si vive nell’umiltà e nella comunione fraterna. Il combattimento per la verità è infatti sempre rischioso e pericoloso: non solo perché ci espone alla violenza dei nemici ma anche perché può generare in noi la superbia della mente e del cuore. Questo combattimento deve nascere da un profondo amore per Cristo e per gli uomini, da una passione sconfinata perché i nostri fratelli conoscano Cristo e da uno sconfinato rispetto che per i sentieri che Dio fa percorrere a ognuno».

Parole, queste, che ci richiamano alla necessità di fare sì che la memoria di una pagina molto importante della nostra storia non sia solo una bella celebrazione ma sia soprattutto un impegno: quello di essere sempre, fondamentalmente, dei discepoli del Signore Gesù impegnati a seguirlo sulla via di san Domenico, nella consapevolezza di essere persone normali, con pregi e difetti, limiti e virtù, che hanno scelto di seguire Cristo in un’impresa straordinaria che la grazia di Dio rende possibile anche per le nostre povere forze.