Durante l’Angelus dell’8 dicembre di quest’anno papa Francesco ha annunciato la proclamazione di un anno speciale di san Giuseppe, in occasione del 150° anniversario della sua proclamazione a Patrono della Chiesa Cattolica da parte del beato Pio IX.

Ma cosa ha di speciale san Giuseppe da meritare tanta attenzione? Di lui sappiamo poco: nei vangeli, infatti, molto più spazio hanno, per esempio, il Battista, san Pietro, gli altri apostoli. Eppure, da sempre i fedeli, tanto in Occidente che in Oriente, hanno nutrito un profondo affetto per quest’uomo semplice e coraggioso: il sensus fidelium si è sempre mantenuto saldo nel guardare a san Giuseppe come custode della Chiesa, attribuendogli dal Cielo lo stesso ruolo avuto in terra nei confronti del Figlio di Dio. Ricorrendo a lui soprattutto nel momento estremo della esistenza terrena, quale “patrono delle buona morte”, i fedeli di ogni tempo hanno dimostrato di credere fermamente nella forte paternità di Giuseppe e nella sua tenera protezione. I Padri della Chiesa e molti teologi hanno sottolineato come il ruolo domestico e nascosto di san Giuseppe sia stato capitale nella vita di Gesù Cristo e che la scelta fatta da Dio non è cessata con la sua morte: la protezione accordata con umiltà e generosità al Figlio di Maria, infatti, si estende a tutti i battezzati.

Giuseppe, uomo del silenzio, ha molto da insegnarci per la nostra vita spirituale. Egli ci regala tre verbi fondamentali per la nostra esistenza, soprattutto per noi che desideriamo di essere testimoni luminosi e autentici del Vangelo nel mondo: ascoltare, donarsi, sparire.

Giuseppe è uomo che sa ascoltare. Di lui non conosciamo alcuna parola: Matteo e Luca ce lo presentano come un uomo che pensa, ascolta, agisce ma che non parla mai. Il silenzio è la prima condizione dell’ascolto. L’ascolto in Giuseppe si apre a due dimensioni: l’obbedienza e l’accoglienza. Egli infatti è pronto ad obbedire al volere di Dio, comunicatogli in sogno dagli angeli: è l’obbedienza a dissipare in lui ogni dubbio riguardo Maria, che pure, da uomo giusto, voleva licenziare in segreto (Mt 1,19-20) ed è ancora questa virtù a rafforzare il suo coraggio nel prendere Maria e il Bambino e fuggire in Egitto (Mt 2,13-14). L’obbedienza di Giuseppe scaturisce dalla sua profonda fiducia in Dio: proprio come i Patriarchi dell’Antico Testamento, Giuseppe è un giusto perché crede in Dio, la sua forza nasce dalla consapevolezza che Dio non abbandona i suoi fedeli. L’ascolto, dunque, si apre all’accoglienza: egli accoglie pienamente quel Figlio di Dio per obbedienza e per questo è il custode del nome di Gesù, una custodia che, secondo la mentalità ebraica, dice appartenenza (Mt 1,21). Questa appartenenza però non tinge di gelosie di possesso: quel Figlio venuto da Dio è affidato a Giuseppe ma questi sa, attraverso il sogno, che quel bambino è nato per la salvezza universale (Mt 1,21-23). Giuseppe, uomo accogliente, ci insegna a fare spazio a Dio nella nostra vita senza alcun desiderio di esclusività del nostro rapporto con Lui, nella consapevolezza che ciò che viene da Lui, ci è affidato in custodia come dono. Giuseppe che, da buon ebreo osservante della Legge, presenta Gesù al Tempio in offerta a Dio (Lc 1,22-24) è per noi icona di come il nostro rapporto con il Creato e con gli uomini non si deve mutare in dominio ma mantenersi nella consapevolezza che noi siamo custodi e non padroni di quello che ci circonda.

Giuseppe è uomo che sa donarsi. Il suo sapersi fare padre è espressione massima del dono che in lui si apre alle realtà del sacrificio e della tenerezza. Il sacrificio è l’offerta di se stessi: in Giuseppe la paternità, cui è chiamato da Dio, si fa vera abnegazione. Sceglie la via della castità per amore e rispetto (Mt 1,25), mette da parte ogni sua certezza e aspirazione umana nella prontezza con cui prende la via dell’esilio e della precarietà. La tenerezza è lo stile della paternità di Giuseppe: mi piace immaginare la sua mano stanca di lavoratore (a Matteo piace anche ricordarlo così, “il falegname”, Mt. 13,55), resa ruvida dalla fatica, che alla sera accarezza la testa dell’Eterno fattosi bimbo, addormentato nella culla. Giuseppe è uomo tenero perché sa accettare la propria fragilità e debolezza, perché sa cambiare i propri piani, ascoltando Dio: quanta delicatezza nelle parole di Matteo quando ci narra del lavorio interiore di Giuseppe di fronte alla notizia che Maria era incinta! (Mt 1,19-20). Che cambiamento formidabile quello di Giuseppe: un sì senza tentennamenti, quando apprende da dove venga quel Figlio, un sì che non teme nulla (Mt 1,24): solo lui, giusto, che riconosce e rispetta il primato di Dio, può vivere con coraggio e forza la propria fragilità.

Giuseppe, infine, è l’uomo che sa sparire. Papa Francesco, nella lettera apostolica Patris Corde che accompagna la proclamazione dell’Anno di san Giuseppe e ci presenta la sua figura, ricorda la splendida immagine usata dallo scrittore polacco Jan Dobraczyński, quella dell’ombra. Giuseppe è l’ombra del Padre, sotto la quale Gesù trova riparo. Giuseppe è segno di una paternità più alta, come gli dice lo stesso Gesù dodicenne, provocandogli difficoltà nel comprendere quanto questo comporti (Lc 2,49). Anche noi come Giuseppe, dobbiamo lasciare spazio a Dio nelle nostre relazioni umane, pur non capendo realmente cosa comporti tutto questo, non potendo conoscerne pienamente il disegno, sentendoci in questo “ombra di Dio” proiettata sull’altro. Questo in Giuseppe prende forma piena nella sua dissolvenza: il fatto che né Matteo né Luca ci narrino la morte di Giuseppe e lascino un velo sopra di essa ha una forte valenza teologica. Giuseppe, assolto il compito a cui è stato chiamato, lascia spazio narrativo al Figlio che diventa il vero protagonista. E Giuseppe ci spinge così a lasciare agire Dio: una volta che abbiamo testimoniato e annunciato Cristo anche noi, come lui, dobbiamo saper sparire. Giuseppe ci invita a “dissolverci”, senza pretese di presenza incombente, perché si realizzi nell’altro quella relazione speciale e unica che Dio ha scelto di intrattenere con lui e della quale siamo stati semplici canali di annuncio.

fra Alberto Vincenzo Casella

Lettera Apostolica “Patris Corde”