18 aprile 2019

LETTURE: Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine»: ci sono ben familiari, ormai, le solenni e commoventi parole con cui l’evangelista Giovanni comincia il racconto della cena del Signore. Sono parole che da sole possono indicare quale intimissima relazione vi sia fra i gesti della cena e la passione e la sua morte di Gesù, che la seguiranno immediatamente: questi fatti non si possono slegare, o anche solo allontanare, dal sacrificio della croce.

Nel racconto di Giovanni non si trovano i gesti che invece abbiamo sentito riproporre da Paolo nella seconda lettura, dalla prima lettera ai Corinzi, nella forma semplice e solenne in cui ne afferma la tradizione -«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso»- gesti con cui il Signore dona il suo corpo e il suo sangue sotto le apparenze del pane e del vino e comanda di farne memoria. Giovanni narra però dell’altro atto di Gesù, che «depose le vesti», per cingersi con i panni di colui che lava i piedi ai suoi discepoli

Sotto queste immagini che fondano la nostra liturgia, e la liturgia più alta della chiesa, e che splendono per «per nobile semplicità», come le nostre liturgie dovrebbero – come invita il concilio Vaticano II (SC 34) –, si celano misteri grandi. Gesù sapeva che «il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava»: quale straordinario riassunto della storia della Salvezza, che dalla Genesi fino all’ultima parola dell’Apocalisse viene narrata! Il mondo, creato per mezzo del Verbo, viene salvato da Lui, che viene dal Padre e al Padre ritorna, riportando con sé ciò che era perduto ed è stato riconquistato. Il Figlio per fare questo «depone le vesti», come nel gesto che abbia udito narrare da Giovanni, che è segno dell’incarnazione stessa, di ciò che Paolo descrive nella lettera ai Filippesi affermando che Gesù «spogliò se stesso, assumendo una condizione di servo», e «apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2,7-8).

Il Signore lava i piedi ai suoi discepoli, per prepararli a partecipare alla cena, metterli in condizione di prenderne parte. In questo modo essi sono «puri». È lui stesso a lavarli: il mirabile gesto indica la purificazione più profonda, radicale, che Gesù sta per compiere con la passione e la morte in croce. L’acqua nel catino, che la lava i piedi dei discepoli che così possono partecipare al banchetto, è segno dell’acqua che poco più tardi sgorgherà dal fianco di Cristo in croce, il torrente che lava il mondo, il fiume d’acqua viva che sgorga dal corpo di Gesù, nuovo tempio della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, e che da lì si inoltra fino alle regioni più lontane, per guarire e dare frutti ovunque arriva, come nella profezia di Ezechiele (Ez 47,1-12).

In questa prospettiva, capiamo meglio il dialogo con Pietro. Questo scambio di battute ha molto da insegnare alla nostra fede, al nostro stesso modo di viverla. Simone, figlio di Giona, con il carattere focoso che abbiamo imparato a conoscere dai racconti degli evangelisti, non vuole che il Maestro lavi i piedi a lui, discepolo: se mai, il contrario. Ma il Maestro insiste: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Spesso, di fronte al magnifico quadro di questa pagina evangelica, ai gesti umili del Verbo fattosi carne e ora fattosi servo, sottolineiamo l’esempio che in ciò il Signore ci offre. Non v’è dubbio che questo sia importante. Gesù ci viene incontro nei poveri, negli emarginati, in tutti coloro a cui spesso nel giovedì santo, con un bellissimo gesto, laviamo i piedi nelle nostre chiese: in questo momento dell’anno, così importante, sono loro i più vicini all’altare. Del resto, è lui stesso ad avercelo detto: ogni volta che prestiamo il nostro aiuto a uno di questi fratelli, lo facciamo a lui (cfr. Mt 25,40). Tuttavia insistere sull’aspetto dell’esempio, ritenere che questa sia la cosa principale che il mirabile racconto di Giovanni ci indica, significa in fondo allinearsi all’atteggiamento di Pietro: riteniamo di dover essere noi a dover lavare i piedi al Signore.

Facciamo insomma dipendere la nostra salvezza innanzitutto da quanto abbiamo seguito il suo esempio, da quanto sapremo rendere l’aria del mondo un po’ meno satura del fetore di tutto ciò che calpestiamo e che gli altri calpestano. In realtà, la cosa decisiva è lasciarsi lavare dal Signore: credere che sia lui a fare ciò che è necessario perché anche noi possiamo essere ammessi al banchetto del Regno. Solo così, poi, anche noi saremo in grado di lavare i piedi ai nostri fratelli, come lui ci invita a fare (13,14), e nel modo altrimenti inarrivabile in cui lui ci chiede di farlo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).