di fra Raffaele Quilotti

Tra perennità (tradizione) e progresso (SC 21)

L’intento di questo scritto è di riflettere in modo critico sulla liturgia. Critico non nel senso di criticare, ma nel senso di valutare in modo razionale la nostra prassi liturgica, la quale è più umana di quanto non si pensi, nel senso che liturgia, in quanto espressione della nostra fede, è stabilita dagli uomini, secondo le varie culture e secondo le varie teologie (che non sono varie fedi).

Abbiamo finalmente qualche notizia sulla terza edizione del messale romano italiano, curato dalla Conferenza episcopale italiana (CEI). Sembra sia in dirittura d’arrivo. Non so ci saranno tante cose nuove, forse no o forse sì, perché un messale è sempre in movimento. Anche il messale di Pio V ha avuto nei secoli tante variazioni, se non altro per l’introduzione della celebrazione di nuovi santi che via via venivano canonizzati. Per parlare di un messale bisogna sempre precisare a quale anno risale. Anche per l’autorizzazione che ha dato papa Benedetto di celebrare secondo il rito precedente all’ultima riforma liturgica del Vaticano II, egli ha fissato la liturgia del 1962, quindi con tutte le variazioni apportate da papa Pio XII e papa Giovanni. L’intento di papa Benedetto era di venire incontro, con alcune concessioni, al movimento del vescovo Lefebvre, e a coloro che non accettavano del tutto la riforma, purché contemporaneamente accettassero anche il rinnovato rito riformato. Ciò che non avvenne. Ogni Concilio ha sempre avuto i suoi contestatori, pur con l’intento di salvaguardare, a loro parere, l’ortodossia.

Poiché ortodossia e ortoprassi vanno sempre insieme, è chiaro che cambiando la prassi si rischia di cambiare anche l’ortodossia. Tuttavia non ogni variazione della prassi, soprattutto in campo liturgico, è apportatrice di variazioni nella fede. I riti liturgici sono istituiti dalla chiesa, non vengono da Cristo, se non nella essenzialità. Altrimenti non si spiegherebbero i vari riti liturgici della chiesa: solo il messale di Pio V è senza errori, tutti gli altri sono errati? Bisogno tener conto che i padri conciliari del Vaticano II hanno inteso riformare proprio il rito romano, bisognoso di un ripensamento, per meglio esprime il dato cristiano. Papa Giovanni nei suoi discorsi preparatori al concilio diceva sempre che bisognava distinguere tra le cose perenni, e le cose legate invece alle culture del tempo. Le vesti liturgiche appartengono all’essenza della fede? Tuttavia dei segni occorrono, e le vesti appartengono ai segni. Ma solo gli antichi hanno capito la fede e le vesti con le quali esprimerla? Lo stesso si dica della lingua nella liturgia: lingua aramaica, ebraica, greca, slava, armena, latina, copta, russa, non sono forse tutte autentiche, pur nella loro varietà, per esprimere l’unico dato di fede? Le lingue moderne no? In paradiso si parla latino e si canta gregoriano, con il rocchetto e la pianeta invece della casula, con l’amitto e le mani giunte?

Una signora, che non digerisce papa Francesco, soprattutto per la sua insistenza sull’accoglienza degli stranieri, è venuta a confessarsi tutta arrabbiata con lui, perché adesso, diceva, vuole cambiare anche il Padre nostro (in riferimento alla traduzione di un verbo). Le ho fatto presente che la preghiera che noi recitiamo è in una traduzione. Gesù non ci ha certo insegnato la preghiera in latino o in italiano; ma tanto valeva. Lei, comunque, continuerà a recitare il Padre nostro come l’ha imparato, e come l’ha insegnato Gesù (diceva), e basta. Tra l’altro i nostri vescovi si sono premurati di dirci di non usare il testo italiano rinnovato del Padre nostro (“non abbandonarci alla tentazione”) e del Gloria (“e pace in terra agli uomini che egli [Dio] ama”), prima della promulgazione ufficiale del nuovo messale italiano.

Diversità di riti

Nel rito romano occorre poi distinguere i riti papali, quelli dei vescovi (pontificali) e i riti delle chiese. Il papa ha riti e libri liturgici suoi, e quello che fa lui non significa che lo possiamo o lo dobbiamo fare anche noi, come se fosse più perfetto e quindi da imitare, il rito papale. Già tra i documenti antichi ci sono pervenuti del messali (sacramentari) papali come ad esempio il sacramentario detto gregoriano, e quelli delle parrocchie (dei tituli), come il sacramentario gelasiano, o quello di Trento o di Padova. Ai riformatori della liturgia carolingia (Carlo Magno), il papa aveva inviato un Messale papale, che hanno dovuto poi completare con delle celebrazioni gallicane. Non penso che nelle diocesi o nelle parrocchie di campagna il celebrante arrivasse a cavallo, come il papa, accompagnato da sette ceri, mentre un coro cantava durante la processione introitale. O forse sì, non lo so; ma non darei certo la vita per questo. Che però la nostra preghiera liturgica debba essere solenne, bella, non affrettata, questo sì, e con un modo comune di pregare, anche nel nostro Ordine. Non per niente da noi domenicani la liturgia viene decisa comunitariamente, e non è all’arbitrio di uno o di alcuni, anche coloro che praticano e auspicano il ritorno al nostro «rito» antico. Le dispense dall’usare il rito del Vaticano II, di papa Benedetto, non cancellano le nostre Costituzioni.

Da tempo si sta lavorando anche per un messale domenicano italiano e per una liturgica domenicana in italiano. Diverse persone e diverse commissioni vi hanno lavorato, con le lentezze che ci sono in tutte queste cose, bisognose di tante autorizzazioni e di filtri. Mi auguro che l’attuale commissione liturgica domenicana italiana continui a lavorare in questo senso, sia per il messale sia per gli altri riti, compresi quelli dell’Unzione dei malati e delle Esequie, che già esistono, e sono stati già approvati dalla Congregazione per il culto anche in italiano. Forse avranno bisogno di qualche aggiornamento. È vero però che la Congregazione per il culto ha approvato le nostre antiche consuetudini liturgiche soltanto come facoltative e non obbligatorie, perché si tenessero presenti le esigenze dei fedeli.

L’elevazione

Tema delicato è quello inerente alla elevazione delle specie eucaristiche nella messa. Già ebbi modo di scrivere su questo argomento, suscitando in alcuni non poche perplessità, anche a scuola, dove si presume che gli studenti si accostino alla liturgia con uno studio critico (che non vuol dire, ripeto, negativo) sul modo di esprimere la nostra fede. Pensiamo anche alla traduzione della Bibbia, alle tante traduzioni della Bibbia. La storia della liturgia con le sue numerose riforme, ci richiede questo approccio critico per distinguere ciò che è permanente e ciò che è dovuto ad esigenze culturali o pastorali, e quindi mutabili e provvisorie.

L’unica elevazione delle specie eucaristiche nella messa, nell’antichità, era l’elevazione offertoriale che avveniva con la dossologia finale della preghiera eucaristica: Per Cristo, con Cristo e in Cristo. Così è anche nell’attuale rito della messa. Solo in questa circostanza si parla infatti di una elevazione, mentre negli altri momenti si parla di una presentazione, o a Dio o ai fedeli, compreso il gesto che fa il sacerdote quando presenta il pane e il vino consacrati all’adorazione dei fedeli, o prima della comunione quando si dice: Ecco l’agnello di Dio. Circa l’elevazione abbiamo ricevuto alcune consuetudini, come il portare dei ceri supplementari, il suono dei campanelli (che fa tanto mistero), consuetudini che risalgano al 1100-1200, nate qua e là, non ufficialmente, imitate poi sempre più. I riti spontanei hanno più presa di quelli istituzionali, compreso il rito della confessione auricolare dei peccati, nata nei monasteri nel 6° secolo, non dai vescovi e dal papa, e soltanto più tardi istituzionalizzata, e nella pratica più che nei documenti.

Era avvenuto, e non sappiamo da quando, fenomeno legato certamente anche alla prassi penitenziale, che la maggior parte dei fedeli partecipava alla messa ma non faceva più la comunione. Nacque in concomitanza con la prassi penitenziale l’idea di una comunione spirituale, una comunione di desiderio, aiutata dalla visione, cioè dal vedere l’ostia consacrata. In ordine a questo “vedere” ci fu l’esigenza di aumentare la luce nelle chiese attorno l’altare, in genere piuttosto buie, perché tutti potessero vedere l’ostia (interessava vedere l’ostia, non il calice evidentemente), e l’esigenza di un tocco di campana quando avveniva la consacrazione, perché la gente presente alla messa capisse a che punto era la messa stessa. Da un punto di vista pastorale era certamente molto utile un segno comprensibile a tutti. Alcuni ritengono necessario anche oggi il suono dei campanelli, anche se siamo dotati di microfoni e altoparlanti. Forse lo si fa per richiamare l’attenzione quando siamo distratti. Anticamente si dava un segno anche esterno, con le campane, per dire a tutta la comunità cristiana che in chiesa si era alla consacrazione, e tutti, soprattutto i malati e gli anziani, potessero unirsi spiritualmente a quanto avveniva in chiesa. Indubbiamente un bel accorgimento pastorale anche per invitare alla celebrazione. Un tempo, fino a non molto tempo fa, si suonavano le campane anche per il solenne viatico ai morenti, o ancor oggi nella notte di pasqua quando si intona il Gloria, o per annunciare la morte di uno della comunità. Oggi, nelle comunità disperse, usiamo più correttamente il collegamento radio o televisivo.

Quando avviene la consacrazione? Le epiclesi

Connesso con l’elevazione c’è anche un altro problema: quando avviene la consacrazione? Nella catechesi si spiegava la messa distinguendo tre momenti: l’offertorio, la consacrazione, la comunione (la liturgia della parola non veniva molto considerata, se non come predica). Sarebbe meglio spiegare il momento eucaristico rifacendosi al gesto di Gesù: prese il pane, rese grazie, lo spezzo e lo distribuì, similmente per il vino, perché tutti ne mangiassero e bevessero. In pratica i momenti sono quelli della presentazione delle offerte, della preghiera eucaristica, della frazione del pane, e della comunione, Le scuole teologiche occidentali si erano cimentate nel precisare il momento giusto nel quale avveniva la consacrazione, cioè la trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Gesù e si venne nella determinazione che la trasformazione avveniva quando si ripetevano la parole di Gesù: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Le teologie orientali facevano forza invece sull’azione dello Spirito Santo santificatore, cioè sulla invocazione della benedizione di Dio sul pane e il vino. Detto questo occorre aggiungere che si tratta di teologie diverse, non di fede diversa. Nell’uno e l’altro caso la conclusione era identica: la presenza di Gesù nel pane e nel vino sui quali era stata invocata la potenza di Dio, usando le parole stesse di Gesù.

Ma circa la teologia occidentale, e scolastica sul momento della consacrazione, è nato un problema, dal fatto che una antichissima preghiera eucaristica assiro-caldea, attribuita ai vescovi Addai e Mari, del 3° secolo, e ancora in uso, non contenga il racconto dell’ultima cena come l’abbiamo nel Canone romano. La teologia occidentale liquidò il fatto dicendo che i greci ogni tanto sbagliano. Tuttavia recentemente una commissione romana-assira riprese la questione e si concluse che anche se non c’erano esattamente le parole della consacrazione, la preghiera eucaristica era autentica, così è stata sempre creduta e usata. La commissione romana, con la supervisione dell’allora card. Ratzinger, convenne sull’autenticità, per cui anche i cattolici caldei potevano usare lecitamente questa preghiera eucaristica di Addai e Mari. Vorrebbe dire che, teoricamente, potremmo usarla anche noi. In questo caso non ci sarebbe più posto per elevazione, campanelli, genuflessioni. Ma più in profondità, è la pronuncia delle parole di Gesù a trasformare il pane e il vino o l’azione dello Spirito santo invocato? Sulla questione di può leggere C. Giraudo, “In unum corpus”. Trattato mistagogico sull’eucaristia, Cinisello Balsamo 2001, 541-560; vedere anche l’articolo sempre di C. Giraudo pubblicato in Divinitas 47 (2004) 107-124. Per ovviare la questione, nelle preghiere eucaristiche romane formulate dopo la riforma liturgica ci sono due epiclesi (come del resto nel Canone romano), una, prima del racconto dell’ultima cena, sul pane e sul vino da consacrare; e una dopo, su coloro che partecipano all’eucaristia per averne i frutti, in particolare il dono dell’unità, che è il dono specifico della eucaristia (vedete le preghiere eucaristiche).

Buona preghiera.