Ordine dei Predicatori (Domenicani) - Provincia San Domenico in Italia

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Quinto modo la triplice flagellazione notturna

LE 14 MANIERE DI PREGARE DI SAN DOMENICO

secondo Bartolomeo da Modena (1470)

Quinto modo

la triplice flagellazione notturna

 

Immagine originale

 

Immagine ritoccata e rielaborata elettronicamente

 

Per quanto riguarda le immagini e i testi che seguono, cf le indicazioni nel file Note tecniche e più ampiamente nel file Introduzione. Nel testo del Commento si usano due abbreviazioni ricorrenti: * R = il Codice Rossi 3 delle Nove maniere di pregare di S. Domenico * M = il Codice catalano conservato a Madrid delle Nove maniere di pregare di S. Domenico.

 

Testo di Bartolomeo da Modena

5. La quinta maniera era questa. Tre volte ogni notte si disponeva a torso nudo e con una catena di ferro si flagellava duramente: una volta per i propri peccati, la seconda per i peccatori di questo mondo e la terza per le anime del purgatorio.

Inoltre di continuo portava cinta alla carne una catena di ferro.

Allora diceva quelle parole di Davide: «La tua disciplina, o Signore, mi ammaestrerà, la tua disciplina mi correggerà fino alla fine» (Sal 17,36), anche se io so, da quanto ho potuto apprendere dalla lettura assidua ed attenta della sua vita, ch’egli non commise mai peccato veniale grave e da quelli mortali fu sempre lontano.

 

Commento

Questa quinta maniera di pregare corrisponde alla terza di R e di M.

Qui però il testo aggiunge il particolare che il Santo si flagellava tre volte ogni notte per tre intenzioni diverse, e che portava cinta alla carne una catena di ferro: e la miniatura non solo la mostra, ma fa anche meglio risaltare che anche il flagello di cui si serviva non era altro che una catena.

Che poi S. Domenico si flagellasse ogni notte, ci viene confermato da Costantino (Legenda, 61) e il particolare della catena di ferro trova conferma nel racconto di fra Rodolfo da Faenza, il quale asserisce di aver tolto personalmente al Santo, appena morto, la catena di ferro che sempre gli recingeva i fianchi, di essersene in un primo tempo impossessato e poi di averla in seguito consegnata al Maestro dell’Ordine fra Giordano (Atti di Bologna, 31).

 


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