LE 14 MANIERE DI PREGARE DI SAN DOMENICO
secondo Bartolomeo da Modena (1470)
Introduzione
In vista della pubblicazione delle miniature sui 14 modi di pregare di san Domenico secondo Bartolomeo da Modena con il testo reso in italiano moderno e un minimo commento, qui si offrono tre testi introduttori:
(1) Una notizia sull’autore Bartolomeo da Modena.
(2) Una introduzione tratta da un articolo di P. Pietro Lippini.
(3) Un articolo di P. Angelo Piagno sul manoscritto rubato e ritrovato.

(1) Bartolomeo da Modena
Voce di A. Alecci in Dizionario Biografico degli Italiani
Figlio di Antonio, nacque a Modena nella prima metà del sec. XV ed entrò nell’Ordine dei Domenicani, probabilmente nel convento di S. Domenico nella stessa città.
Nel 1465 fu priore a S. Giacomo di Forlì. Di un viaggio a Roma e di una visita alla chiesa di S. Sabina dà notizia lo stesso Bartolomeo nella sua Vita di gli frati predicatori. Fu anche a Vicenza dove, nel 1470, presenziò come “socius” del priore al capitolo generale della Congregazione domenicana di Lombardia, tenutosi il 16 maggio. Tre anni dopo (1473) lo troviamo nel convento milanese di S. Maria delle Grazie, come priore, carica che con molta probabilità mantenne sino al 1475.
Nel 1476 fu di nuovo a Modena, al convento di S. Domenico; il 26 settembre ottenne dal maestro generale Leonardo de’ Mansueti il privilegio dell’uso dei suoi libri, vita natural durante. Fu quindi spesso a Ferrara, dove strinse relazioni di amicizia con Ercole I d’Este, duca di Modena, Ferrara e Reggio. Il 10 luglio 1479 Leonardo concedeva a Bartolomeo, che ne aveva fatto richiesta, forse ai fini di una stabile residenza nella città estense, il privilegio di poter risiedere a suo piacimento in qualsiasi convento domenicano; dopo circa dieci mesi, con disposizione datata da Rieti 6 maggio 1480, lo liberava, sempre a sua richiesta, dalla congregazione lombarda, assegnandolo insieme a un suo confratello, al convento di S. Pietro Martire di Barlassina, sotto la giurisdizione del priore della provincia di Lombardia. Anteriormente al 1483 Bartolomeo fu di nuovo a Ferrara, al convento riformato di S. Maria degli Angeli.
Il maestro generale Salvo Casseta, probabilmente dietro sollecitazioni di Ercole I, ingiunse a Bartolomeo, in data 29 giugno 1483, di non lasciare la città senza il consenso del duca estense.
Quattro anni dopo (10 giugno 1487) il maestro Gioacchino Torresani, da poco eletto, revocò a Bartolomeo i privilegi precedentemente accordatigli, proibendogliene l’uso sotto pena di scomunica. Bartolomeo, però, non venne allontanato da Ferrara, forse in considerazione dei suoi rapporti con Ercole I. In seguito lo troviamo ancora a S. Maria degli Angeli di Ferrara, dove in data 3 gennaio 1491 scrisse una lettera al duca estense chiedendogli di non revocare la proibizione dell’uso delle maschere nella festa che aveva inizio ogni anno nella città ai primi di gennaio. Dopo il 1491 non si ha più di Bartolomeo notizia alcuna.
Sua opera principale è una Vita di gli frati predicatori, contenuta in un manoscritto conservato presso l’archivio di S. Domenico a Bologna (Cas-3). La Vita, ultimata probabilmente nel 1470, fu trascritta dalla domenicana suor Domenica da Recarco da Verona nel convento di S. Vincenzo a Mantova. Essa consta di dieci parti, secondo la divisione fatta dallo stesso Bartolomeo nel prologo. Di esse la più nota è la seconda, Di lo glorioso patriarca sancto Dominico, ove sono enumerati quattordici “modi orandi” del santo, anziché nove, come nella tradizione anteriore; elementi nuovi si notano anche nella quinta parte, Di li passati di questa vita e di gli ritornati a lo seculo, e nella seconda appendice, ove si descrive un’apparizione di s. Caterina da Siena (1461). Complessivamente però il valore della Vita è assai limitato. Lo stile di Bartolomeo non è letterariamente pregevole, né elegante; esso è inferiore alla sua fonte principale, le Vitae fratrum di Gérard de Frachet, che egli a tratti traduce, a tratti riassume o riduce con stile personalissimo. Il giudizio degli studiosi sulla validità letteraria della sua prosa non è però unanime; parimenti rimane discussa l’affermazione (fatta da lui stesso nel prologo), secondo cui la Vita di gli frati predicatori rappresenterebbe il primo tentativo di volgarizzazione dell’opera del Frachet.
Altre opere di Bartolomeo sono: l’Expositio super regulam beati Augustini (Modena, Bibl. Estense, Cod. lat. 767) che, divisa dall’autore in 114 capitoli, è un riassunto della Expositio regulae b. Augustini di Umberto di Romans (Humbertus de Romanis); Il Psalmista volgarizzato (Modena, Bibl. Estense, Cod. ital.994), traduzione italiana e commento con qualche nota personale dei salmi di Davide: dedicata a Ercole I d’Este, è stata scritta tra il 1480 e il 1490; Commentaria super Evangelium sancti Mathei (Modena, Bibl. Estense, Cod. ital. 995): l’opera - che non riporta il nome di Bartolomeo - gli è oggi attribuita con sicurezza, in quanto presenta elementi comuni con lo Psalmista, seppure vi è qualche nota personale in più; Summa di le virtude vulgarizzata (Modena, Bibl. Estense oc.n. 8, 19): traduzione della Somme de vertus di Guillaume Peyraut, probabilmente la prima volgarizzazione dell’opera francese; e infine quattro lettere indirizzate ad Ercole I d’Este, Arch. di Stato di Modena, Arch. St. Estense, Can cell. Reg., Busta 53), che contengono richieste, raccomandazioni, suppliche, e rappresentano una testimonianza dei rapporti di Bartolomeo col duca estense.
Di lui si ricordano anche le seguenti opere a noi non pervenute: Libro di lo regimento, scritto intorno al 1480 e dedicato ad Ercole I d’Este, di cui dà notizia lo stesso Bartolomeo nel prologo dello Psalmista; Commentario intorno al Vangelo di s. Giovanni, citato in quello al Vangelo di s. Matteo; Summa di gli vitii, traduzione della Somme des vices del Peyraut, a cui si fa cenno nella Summa di le virtude.
Di dubbia attribuzione a Bartolomeo sono invece i seguenti brevi scritti in prosa e in versi, che seguono al Commentario sul Vangelo di s. Matteo, contenuti nel già citato Cod. Ital.995 della Biblioteca Estense di Modena: Ystoria de VII dormientibus; Ad beatam virginem supplicatio; De divino amore; De penitentia; De septem horis passionis Iesu Christi; Contra impios parentes e l’Orazione di S. Hieronymo al Crocifisso, di cui dà notizia il Tiraboschi affermando di averla vista a Modena (stampata da A. Rocociolo) nella biblioteca di M. Pagliardi. Sicuramente non attribuibile a Bartolomeo è invece la Dottrina del vivere spirituale e temporale (Modena, Bibl. Estense, Ms. a. H. 10. 14), che fu stampata a Modena sotto il suo nome nella seconda metà del sec. XVI, e in cui si fa riferimento ad avvenimenti dello stesso secolo, quindi di epoca posteriore a quella in cui visse Bartolomeo.
Fonti e Bibl.: Il libro d’oro domenicano, volgarizzamento del secolo XV delle Vitae fratrum O. P. di Fra Gerardo de Frachet O.P., a cura di I. Taurisano, Roma 1925, pp. VIII s., 549 S.; J. Quétif-J. Echard, Scriptores ordinis praedicatorum, I, Lutetiae Parisiorum 1719, pp. 806 s.; II, ibid. 1721, p. 823; G. Tiraboschi, Bibl. modenese, III, Modena 1783, pp. 213-2IS; F. Balme-AA. Collomb, Cartulaire ou histoire diplom. de saint Dominique, III, Paris 1901, pp. 276-287; E. Duprè Thescider, Come pregava s. Domenico, in Il VII centenario di s. Domenico (1221-1922), Bologna 1920-22, pp. 386-392; D. Fava, La biblioteca estense nel suo sviluppo storico, Modena 1925, p. 205; R. Creytens, Barthélemy de Ferrare O. P. et Barthélemy de Modène O.P., in Archivum fratrum Praedic.. XXV (1955), pp. 376-416; Id., Les écrivains dominicains dans la Cronique d’Albert de Castello, ibid., XXX (1960), pp. 251 SS.

(2) Le maniere di pregare di S. Domenico
Articolo di P. Pietro Lippini (†) in Dominicus 1999 / 4 / pp. 147-164
Le nove maniere ordinariamente conosciute
Sono note negli ambienti domenicani, e fuori di essi, le cosiddette “Nove maniere di pregare di S. Domenico”. Io stesso ho concorso a divulgarne la conoscenza, dandone fin dal 1966, nella prima edizione del mio S. Domenico visto dai suoi contemporanei, una delle prime traduzioni in lingua italiana, arricchita da una introduzione e da note e illustrata, sia pure in bianconero, dalle miniature del Codice Vaticano “Rossi 3”. In seguito le riportai anche in un altro mio lavoro. Ma a una loro più larga diffusione contribuì poi anche fra Pedro Bianco, allora responsabile dell’Ufficio Libri Liturgici della Curia Generalizia di Roma, da quando nel 1987, usufruendo della mia traduzione italiana, poté divulgarle, illustrandole per la prima volta a colori con le belle miniature del “Rossi 3”, prima con un libriccino di poche pagine - ora riedito con la mia ultima traduzione - e poi con una serie di cartoline rapidamente diffusesi in tutto il mondo domenicano. E anch’io, nel riportarne e commentarne il testo nell’ultima recente edizione del S. Domenico visto dai suoi contemporanei, ho potuto questa volta illustrarle a colori.
Il testo latino di questa preziosa operetta, nata tra il 1260 e il 1288 in ambiente sicuramente bolognese, ebbe fin dall’inizio una certa diffusione nell’Ordine, della cui spiritualità divenne uno dei testi classici. I Bollandisti la pubblicarono come ultimo capitolo della Vita di S. Domenico di Teodorico d’Apolda. Ma in realtà non ne fa parte. Esso ha una tradizione manoscritta sua propria, spesso illustrata da preziose miniature. Per compilarlo il suo ignoto autore attinse certamente - e un attento esame del testo ne fa fede - sia ai racconti di suor Cecilia, sia soprattutto a quelli di quei religiosi che - come quello di cui narra il Vitae Fratrum, - aveva vegliato per sette notti per scoprire quel che facesse di notte il santo Padre Domenico, e raccontò ch’egli “mentre pregava, alle volte stava in piedi, altre volte inginocchiato o prostrato per terra, e continuava a pregare fin che non lo prendeva il sonno. Risvegliandosi, si metteva a visitare gli altari, e ciò faceva fino a mezzanotte”.
Anche se non più o raramente imitate, queste Nove maniere di pregare di S. Domenico - che con più esattezza si potrebbero definire “Gli atteggiamenti corporali di S. Domenico in preghiera” - oltre a conservare un grande valore storico per la conoscenza della personalità e spiritualità del Santo, possono avere anche oggi un loro attualissimo messaggio al mondo moderno nel quale, venuto meno troppo in fretta l’ascetismo tanto caro agli antichi e che tanti frutti di santità diede alla Chiesa, si constata un crescente interesse e una attrattiva, specialmente da parte dei giovani, per tutte quelle forme di preghiera di tipo orientale nelle quali gli atteggiamenti del corpo hanno una parte notevole. Sicché anche in questo S. Domenico potrebbe venir considerato in qualche modo un precursore. Esorto perciò i nostri lettori a riprendere in mano questa preziosa fonte della spiritualità domenicana - per il cui testo e per il cui commento storico/spirituale potranno servirsi della mia già citata opera S Domenico visto dai suoi contemporanei -, e farne oggetto della loro meditazione.
Il prezioso codice bolognese ora trafugato
A Bologna - come si è detto - aveva avuto origine l’opuscolo “Le nove maniere di pregare di S. Domenico”.
Ma sempre a Bologna, in seguito forse all’apporto di nuove testimonianze, fu compilata un’altra relazione sugli atteggiamenti di S. Domenico in preghiera, che ne aggiungeva cinque ai nove dell’opuscolo precedente, che diventano così quattordici.
Un loro rifacimento in lingua volgare, era conservato fino a non molti anni fa nella Biblioteca del convento di S. Domenico di Bologna, in un codice del XV secolo, di cui per fortuna abbiamo la descrizione lasciataci sia da Eugenio Theseider in Il VII Centenario di S. Domenico, sia soprattutto da Raimondo Creytens O.P. in un suo prezioso studio su Bartolomeo da Modena. Ed io stesso ebbi la fortuna di esaminarlo prima del suo trafugamento.
Si trattava di una piccola miscellanea membranacea di cm. 12 x 17, che constava di 150 fogli non numerati originariamente, con copertina di legno. Era suddiviso in 10 parti, le cui prime cinque, corrispondenti a quelle del Vitae Fratrum, trattavano delle origini dell’Ordine domenicano; le altre, più originali, narravano la vita di S. Pietro Martire, di S. Tommaso d’Aquino, di S. Vincenzo Ferreri e di S. Caterina da Siena, per concludersi con l’elenco dei Maestri dell’Ordine fino al 24 novembre 1470. Il suo autore si dichiara nel Preambolo ed assicura di non aver inventato nulla: “Et acciò ognuno più liberamente me possa correggere, sono chiamato misericordiosamente fra Bartolomeo da Modena”.
Quanto alla scrittura materiale del codice stesso, è dovuta alla mano di una copista domenicana, suor Domenica de’ Recarco da Verona, che lo copiò nel monastero di S. Vincenzo di Mantova.
Di questo codice a noi interessa solo la parte seconda, avente per oggetto S. Domenico, e più precisamente quella - erano i fogli 37r-42r - in cui l’autore tratta “De la efficacia e di lo modo di la oratione di Santo Dominico”, arricchita da 14 miniature, forse dovute anch’esse alla copista suor Domenica, che illustrano i vari atteggiamenti che il Santo assumeva durante la preghiera.
Di queste miniature, da me viste per l’ultima volta prima del mio trasferimento a Venezia nel 1966, ricordo soltanto l’effetto gradevole che esse davano per la vivacità dei loro colori e la grande finestra aperta, che faceva da sfondo alle scene, racchiusa in una cornice dorata che dava la possibilità di scorgere il cielo. Ricordo in ognuna delle 14 scene l’immancabile croce d’oro che poggia su un altare coperto di una tovaglia, il cui paliotto reca ogni volta un monogramma o una sigla diversa. Ricordo la rossa stella che sovrasta sempre il capo del Santo e a colori più chiari l’angelo che sempre lo accompagna, offrendogli ogni volta oggetti diversi.
Per fortuna possiedo ancora le fotografie fattemi allora da un confratello, le quali - anche se in bianco e nero e di non perfetta riuscita - possono dare ai lettori un’idea di come erano le miniature di cui si era servito fra Bartolomeo per illustrare le 14 maniere di pregare di S. Domenico, descritte nell’opuscolo da lui volgarizzato.
Quanto al testo, non essendoci rimasto quello latino al quale fra Bartolomeo certamente si ispirò, né d’altra parte essendo facilmente comprensibile il volgare dialettale emiliano nel quale egli scrive, per facilitarne la lettura ho preferito tradurlo in italiano corrente, rimandando al su citato testo del Theseider chi volesse leggerlo nel suo originale. Quanto ai testi della S. Scrittura che vi vengono citati, alla traduzione della CEI ho preferito quella della Volgata, in uso al tempo di S. Domenico, perché ne traduce meglio il pensiero. Per una maggiore comprensione, aggiungerò poi di mio, in corsivo, dopo ognuna delle 14 maniere descritte da fra Bartolomeo, una breve spiegazione del testo.
Il contenuto di questo testo che intendo proporre ai nostri lettori, devo ammetterlo, è certamente più povero di quello delle Nove maniere del Codice “Rossi 3”, dal quale oltre al resto dipende abbondantemente, anche se qua e là ricco di interessanti spunti originali. Anche le sue miniature, certamente superiori a quelle in bianco e nero del codice di Madrid, a me cattivo intenditore sembrano però meno pregevoli di quelle del “Rossi 3”. Sarà il lettore, facendo il confronto sia del testo che delle miniature, a rilevarne le differenze sia artistiche che di composizione. Ho voluto, comunque, far conoscere anche questo testo minore - prima che, dopo il suo trafugamento, se ne perda la memoria -, in attesa che il Padre Abele Redigonda, che da tempo si appassiona all’argomento, ce ne dia una edizione più critica e completa.
(omissis)

(3) Ritrovato dopo 26 anni un manoscritto del 1470
Articolo di P. Angelo Piagno in Dominicus 2004 / 3 / pp. 171-173
Il 5 ottobre del 1977 ne parlarono parecchi giornali: dall’Avvenire all’Unità, dal Resto del Carlino al Giornale.
Di cosa? Della scomparsa, dalla Biblioteca di S. Domenico, in Bologna, di un prezioso manoscritto del 1470, autore il domenicano fra Bartolomeo da Modena, dal titolo Vita de li Frati Predicatori.
Il testo, formato da 150 pagine non numerate, fu trascritto da suor Domenica da Recarco, veronese, del monastero di S. Vincenzo in Mantova.
Il manoscritto è impreziosito da 14 miniature, opera della monaca, che rappresentano i ben noti modi di pregare di san Domenico. Cinque modalità di preghiera in più rispetto ad un altro manoscritto, il Codex Rossianus 3, di un autore anonimo dei secoli XIV o XV che si trova presso la Biblioteca Vaticana. Tale codice, redatto in lingua catalana, ne presenta nove di modalità, di fattura più accurata e meno ripetitiva.
Il manoscritto trafugato si trovava esposto al pubblico, in una bacheca della Biblioteca Patriarcale.
La denuncia al colonnello Ricciardi, comandante del nucleo di polizia giudiziaria dei Carabinieri, avvenne con un certo ritardo. Infatti P. Lorenzo Celeghin, sottopriore del convento in quel tempo, si era accorto della mancanza dell’opera già alla fine di luglio, ma non constatando nessuna effrazione della vetrina, pensò che si trovasse presso qualche confratello. Trascorso il tempo e fatte le dovute ricerche, si dovette concludere che era stato trafugato.
L’ispezione dei carabinieri poté solo concludere che era facile aprire la bacheca. Furono consegnate loro le fotografie delle miniature, fatte poi pervenire al Nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio artistico di Roma.
La perdita dell’opera, più che per il suo valore venale, non facilmente definibile, dispiaceva per il suo valore affettivo e storico. Si poteva temere che le miniature venissero ritagliate e vendute una ad una a più collezionisti.
Ora il ritrovamento è avvenuto grazie alla solerte intraprendenza della benemerita Arma dei Carabinieri.
Infatti verso la fine del 2003 i Carabinieri fanno una ispezione a Trieste, per altri motivi, presso un privato e sia pure dopo 26 anni dal trafugamento del manoscritto, hanno presente il contenuto dello stesso e si accorgono della sua presenza.
Alla conclusione della trafila burocratica, il 20 gennaio 2004 due carabinieri del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale del Nucleo di Firenze - il Vice Brigadiere Luca Sasdelli e un collega - riconsegnano al bibliotecario di S. Domenico la preziosa opera. Non possiamo che ringraziarli di cuore e con loro tutti i colleghi che hanno contribuito al felice rinvenimento.
Fra Bartolomeo da Modena e la monaca Domenica, si raccomandano di tenere il manoscritto in un luogo più sicuro. D’ora innanzi daremo loro retta!
Sotto: le finali (colofon) di Bartolomeo da Modena e di suor Domenica
