Dalla saliva di Cristo alla luce di Cristo

22 marzo 2020

LETTURE: 1Sam 16,1b.4.6-7.10-13a; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Nella prima lettura «Davide è consacrato con l’unzione re d’Israele» (titolo). A differenza di domenica scorsa, non ci sono collegamenti con il vangelo né con la tematica della luce. Ci si potrebbe riferire al fatto che ciò che vede Samuele non è ciò che vede Dio: «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (v. 7), tuttavia il contesto del versetto, funzionale all’unzione di Davide, sconsiglia collegamenti con il vangelo. In ogni caso la prima lettura è proclamata e resta lì, non essendoci in liturgia l’ossessione del “tutto coordinato”, ma l’offerta di molte ricchezze.

Il salmo 22 responsoriale, sebbene in riferimento all’unzione di Davide, anticamente era usato per descrivere l’iniziazione cristiana. È un salmo importante per la quaresima battesimale. Scrive sant’Ambrogio: «Considera quale sacramento hai ricevuto, ascolta la parola di Davide. Anch’egli prevedeva in spirito questi misteri e ne esultava e affermava di non mancare di nulla. Perché? Perché colui che ha ricevuto il corpo di Cristo non avrà più fame. Quante volte hai sentito senza comprenderlo il salmo 22? Vedi ora quanto convenga ai sacramenti celesti» (De sacramentis 5,12-13.). La comprensione definitiva del salmo era legata ai sacramenti di iniziazione. Dato il contesto battesimale della quaresima A, è opportuna una monizione in questo senso al salmo 22.

Il titolo della seconda lettura punta sul versetto conclusivo: «Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà», “cristificando” la luce che illumina ogni buona condotta. In ogni caso la contrapposizione tra i cristiani prima tenebre e ora figli della luce e tra le opere delle tenebre e la luce è sfruttabile per l’intelligenza pratica del vangelo.

Il vangelo, come la scorsa settimana, ha un titolo molto orientativo: «Andò, si lavò e tornò che ci vedeva», dove il “si lavò” immediatamente prima è interpretato come: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe, che significa “Inviato”» (v. 7), cioè “va a lavarti in Cristo”, con ciò favorendo l’interpretazione battesimale dell’intera pericope. Il miracolo fisico si conclude con un atto di rivelazione di Gesù all’uomo guarito, che è il punto di massima intensità.

Come domenica scorsa, il consiglio per la proclamazione del vangelo è di non ricorrere alla forma breve. Dal punto di vista strutturale, il vangelo è molto più semplice di domenica scorsa, poiché non vi sono temi che si intersecano. Ciò che “allunga” è il confronto dell’uomo guarito e dei suoi genitori con i farisei, ma si tratta di un racconto che tiene desta l’attenzione lasciando libero lo spirito di percepire bene prima il miracolo poi la rivelazione del Signore Gesù. Per cui l’omelia breve è d’obbligo. Più che in altre situazioni, oggi suona vera la considerazione di Papa Francesco: è necessario che «la parola del predicatore non occupi uno spazio eccessivo, in modo che il Signore brilli più del ministro» (EG, n. 138).

L’iniziativa di Cristo è assolutamente precedente. A differenza di altri, il cieco non supplica di essere guarito, ma è Gesù che lo cerca. E alla fine è Gesù che lo incontra e gli si rivela. Come per la samaritana. È consolante per la nostra vita: Gesù Cristo è alla nostra ricerca prima che noi lo cerchiamo.

La dimensione materica è prevalente ed è inscindibile dai contenuti spirituali o “di gloria”. Gesù Cristo non guarisce da lontano con la sola parola come in altri casi (cf Lc 17,12-14), ma usa un impasto di terra e saliva (lavoro non permesso al sabato e che appesantirà la polemica: v. 14) ed è attraverso questo segno materiale che si manifesta la sua gloriosa potenza. Di più: la luce della rivelazione finale non sta da sola ma è strettamente connessa con il dono della vista materiale. Così per noi: ogni ricchezza spirituale, ogni “contemplazione” è inscindibile dalla materialità dei sacramenti.

Il crescendo segna la conoscenza del cieco e la rivelazione di Gesù. Subito Gesù è uno sconosciuto che interviene e guarisce, anche se si tratta di un misterioso “Inviato”; per il cieco guarito è “l’uomo che si chiama Gesù”; poi un profeta; poi uno che onora Dio e fa la sua volontà, uno che viene da Dio; finalmente il Messia Figlio dell’uomo: «Lo hai visto: è colui che parla con te» (v. 37). Come per la samaritana, è il culmine del vangelo: invitiamo a pregare perché ognuno ripeta tale esperienza nell’assemblea liturgica e nel suo cuore.

Le tenebre, contrapposte alla luce di Cristo, sono presenti nei farisei, ma anche nei cristiani prima del battesimo: «un tempo eravate tenebra… non partecipate alle opere delle tenebre» (vv. 8.11 seconda lettura). Il RICA 171 nell’esorcismo chiede che gli eletti «siano liberati dalle menzogne da cui sono insidiati e accecati», siano liberati dal «giogo del padre della menzogna» ecc. Questo linguaggio ci appartiene ancora o è relegato a “prima del concilio”?

La luce è Cristo (v. 5 vangelo), ma è anche la «grande luce della fede» (prefazio), i cristiani stessi sono «luce nel Signore … figli della luce» e luce è il loro comportamento (vv. 8-9 seconda lettura). Il contesto battesimale può essere rievocato citando la candela accesa consegnata ai neobattezzati con le parole: «Siete diventati luce in Cristo. Camminate sempre come figli della luce» (RICA 226). In questo senso tutti siamo nella felice condizione del cieco nato e guarito e su tutti, sacramentalmente, si può dire: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21).