Le piaghe sante e gloriose del Signore Gesù

19 aprile 2020

LETTURE: At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

Nella prima lettura il titolo «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» si porta sulla comunità di vita e dei beni. Se si aggiungono i prodigi e i segni nonché la simpatia degli “altri” (vv. 43.47), questa comunità è un modello ideale da duemila anni ispiratore di sempre nuove forme di vita comune, dai primi monaci alle comunità di base, anche se forse oggi è un modello meno influente. In ogni caso è un modello esigente e difficilmente sovrapponibile alla assemblea parrocchiale o di un santuario – e per la verità neppure sovrapponibile alla vita di tante comunità religiose! -: dove si trova facilmente oggi un gruppo che sta sempre insieme frequentando ogni giorno un luogo di culto, spezzando il pane ed elevando altre preghiere, ascoltando l’insegnamento degli apostoli (del vescovo)? Inoltre a fronte del disagio delle ricchezze dei cristiani e degli scandali legati al denaro, lo stimolo a sottolineare la comunione dei beni, di cui ai vv. 44-45, è forte e rischia di risolversi in un processo accusatorio. Ora, se «la Scrittura non può essere annullata» (Gv 10,36), va tuttavia compresa e qui è decisivo comprendere che la comunione dei beni non può stare in piedi da sola, ma cammina insieme alle altre “perseveranze”.

La seconda lettura, oltre al titolo che si porta sul v. 3, al v. 6 introduce il tema delle «varie prove», collegandole risolutamente alla speranza e alla forza della risurrezione di Cristo.

Il vangelo è caratterizzato dal titolo «Otto giorni dopo venne Gesù» (cf sopra), ma le tematiche sono tante e decisive: il dono della pace e dello Spirito, il potere di rimettere i peccati, la fede di Tommaso e finalmente i riconoscimento pieno di Cristo che risolve l’imbarazzo del sepolcro vuoto di cui alla domenica scorsa.

Il tema della fede “senza vedere” è emergente: così l’esortazione di Gesù a Tommaso e la beatitudine pronunciata subito dopo (Gv 20,27-29), così la condizione dei cristiani che amano Gesù e credono e sperano in lui «pur senza averlo visto» (1Pt 1,8), dando fiducia a segni che non hanno visto ma che «sono stati scritti» nel vangelo (Gv 20,31). Tuttavia questo non è un argomento per trattare male Tommaso, come spesso si fa. Tommaso non era un semplice cristiano, ma un apostolo, e a quanti convocava per fondare le chiese doveva poter dire come gli altri apostoli: “Ho visto il Signore risorto”.

La domenica “della Divina Misericordia”

Il 5 maggio 2000 un decreto della Congregazione per il Culto Divino stabiliva che alla denominazione della domenica attuale si aggiungesse «o della Divina Misericordia» senza mutamenti né delle letture né dell’eucologia. Il decreto accoglieva i voti di quanti desideravano esaltare la misericordia «nel culto divino e soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale, nel quale l’amore di Dio verso tutti gli uomini risplende in massima misura». Tra di essi vi era Giovanni Paolo II che il 30 aprile 2000 aveva canonizzato suor Faustina Kowalska († 1938), dopo averne favorito il processo diocesano come vescovo ausiliare a Cracovia. A sua volta la Kowalska nel Diario in data 22.2.1931 riferisce una rivelazione privata di Gesù Cristo, che non solo le ispirò la famosa immagine, ma le chiese che la prima domenica dopo Pasqua fosse la festa della misericordia.

Superfluo aggiungere che il provvedimento suscitò l’esultanza di alcuni e lo sconcerto di altri. Ma ad oggi l’unica soluzione pastorale saggia è di “cavalcare la tigre”, per cui, se nell’assemblea vi è un consistente gruppo sensibile a quanto sopra, non potranno mancare nell’omelia cenni adeguati, a partire ovviamente dalla celebrazione. La colletta inizia con: «Dio di eterna misericordia». Nel salmo responsoriale “amore” è in latino “misericordia” e anche il greco ha “éleos” (da cui kyrie eleison). Nella seconda lettura la «grande misericordia» del Padre «ci ha rigenerati a una speranza viva» mediante la risurrezione di Gesù Cristo (v. 3). Infine nel vangelo il potere di rimettere i peccati (v. 23) è espressione suprema e quotidiana della misericordia.