Messa del giorno

Surrexit Christus spes mea – Cristo mia speranza è risorto

12 aprile 2020

LETTURE: At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9

«Dopo la fatica della notte scorsa, siccome lo spirito è pronto ma la carne è debole, non debbo trattenervi con un lungo discorso, però un discorso ve lo debbo». Così esordiva sant’Agostino (Discorso 228,1) e così è per tutti noi: non ci si può sottrarre alla riflessione sulla Parola di Dio in un giorno come questo, perché davvero questo è il giorno che ha fatto il Signore…

Dopo la precedenza accordata a Matteo nella veglia, oggi quasi in continuità con le tre “grandi domeniche” della quaresima A e con l’intensità del venerdì santo, riprendiamo il vangelo di Giovanni che, eccettuata una domenica, ci accompagnerà sino alle soglie dell’Ascensione. Il titolo non può che porre in evidenza l’annuncio della risurrezione: «Egli doveva risuscitare dai morti», ma è meno immediato e più riflesso delle parole dell’angelo alle donne risuonate nella veglia.

Il vangelo odierno ad arte «fa riferimento al sepolcro vuoto». Ma, considerato dalla parte dei protagonisti, stride abbastanza con il senso di esultanza e di pienezza di messaggio ben definito di questo giorno. Infatti nessuno dei tre personaggi arriva ad emettere un atto di fede ed un decisivo riconoscimento di Cristo: Maria di Magdala riconoscerà il Signore poco dopo nella commovente scena del giardino (Gv 20,11-18), ma qui si limita a constatare l’assenza di Gesù e le sue parole ai discepoli: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (v. 2), sono ben lontane dal successivo annuncio gioioso: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18); Pietro e Giovanni, fatte salve complicate questioni di precedenza, ci danno notizie interessanti sui teli e sul sudario – e come non pensare alla Sindone? -, ma «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (v. 9), per cui ciò che comunicano in tutta certezza si limita alla notizia del sepolcro vuoto e così il «vide e credette» de «l’altro discepolo» (v. 8) non può essere interpretato in pienezza.

Come superare la difficoltà? Semplice: prendendo coscienza che la liturgia ogni tanto ama collocare i vangeli all’ora giusta, per cui, essendo così accaduto al mattino di quella prima domenica di Pasqua, così si leggerà nelle domeniche di Pasqua a venire. Poi prendendo coscienza che i discepoli riconosceranno il Risorto non nella tomba, ma incontrandolo nelle manifestazioni successive. In ogni caso l’evangelista – e prima e più di lui lo Spirito Santo – ci comunica che il senso delle Scritture è che Gesù doveva risorgere dai morti ed è questo il buon annuncio che oggi possiamo comprendere e trasmettere con gioia. Infine è prezioso l’itinerario stesso dei discepoli per giungere alla pienezza della fede incontrando il Risorto: tale itinerario legittima e conforta i cammini difficili di donne e di uomini verso Cristo, la lunghezza dei tempi di ricerca, la difficoltà di certe mediazioni culturali…

Nella prima lettura Pietro annuncia i benefici della risurrezione – il perdono dei peccati tramite la fede e Cristo giudice dei vivi e dei morti -, unitamente alla testimonianza personale: «noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione» (v. 41).

La seconda lettura è più attenta a “fondare” il comportamento del cristiano “risorto con Cristo”.