14 aprile 2019

Infinita è l sua misericordia!

LETTURE: Lc 19,28-40; Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23-56

La Domenica delle Palme e della Passione del Signore è posta nel calendario liturgico come una porta che ci fa entrare nella Settimana Santa. La sua stessa intitolazione completa, per così dire “doppia” (delle Palme e della Passione), ci mostra immediatamente quanto essa rifletta il mistero di ciascuna delle nostre vite, con il carico di gioia e di dolore che è loro proprio, e i rovesci improvvisi che a volte le caratterizzano. L’uomo che la domenica entra fra il giubilo e le acclamazioni, è lo stesso contro cui si scagliano i crucifige del venerdì successivo, forse da parte delle stesse persone.

Il vangelo che si legge all’inizio della processione delle palme, e poi il lungo racconto della Passione nella liturgia della parola, ci narrano ogni anno questa vicenda. Quest’anno volgiamo la nostra attenzione su alcuni aspetti più particolari della Passione. I primi due personaggi che possiamo considerare sono Pietro e Giuda. A volte sono associati a indicare due facce dello stesso tradimento di Gesù da parte dei suoi discepoli. Non so se il parallelo possa davvero reggere: il primo ha rinnegato il Signore, pensando di salvarsi dalla stessa fine, e lo ha abbandonato; il secondo lo ha positivamente consegnato ai suoi nemici, lo ha venduto. Si tratta di cose ben diverse. È vero però che Pietro è colui che aveva protestato la sua fedeltà fino a poche ore prima: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte» (Lc 22,33). Dopo averlo rinnegato tre volte, Pietro vede nello sguardo di Gesù tutto il male che ha compiuto, e l’amore di colui che ha tradito, e piange: «Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro […]. E uscito, [Pietro]] pianse amaramente» (Lc 22,61-62). Anche Giuda si accorge della grave colpa – come ricorda l’evangelista Matteo: «Ho peccato», dice agli anziani di Israele, «perché ho tradito sangue innocente» (Mt 27,4). Qui però le vicende dei due mostrano la differenza decisiva: Giuda rimane chiuso nel suo peccato, non vede via d’uscita, dispera di qualsiasi perdono; va e si impicca. Colui che aveva rinnegato tre volte prima del canto del gallo, invece, tre volte risponderà a Gesù, che gli chiede «mi ami tu più di costoro?», che almeno gli «vuole bene» (Gv 21,15-17); forse l’esperienza precedente gli ha insegnato a misurare le parole… Pietro che rinnegò, diviene colui che è chiamato a confermare i fratelli nella fede (Lc 22,32). Questo confronto ci suggerisce insomma che sulla misericordia di Dio possiamo sempre contare: è il nostro atteggiamento di fronte ad essa che spesso è debole. Per usare una felice espressione del papa, Francesco, «Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono».

Gli altri due personaggi di cui ci narra il vangelo secondo Luca, che quest’anno leggiamo nella Domenica di Passione, sono i due ladroni. Il cardinale Giacomo Biffi ebbe a scrivere una volta che sul Calvario, quel giorno, era rappresentata tutta l’umanità sofferente: vi sono tre crocifissi, e la condizione dei tre è la stessa. Sono tutti e tre trafitti dai chiodi, accusati e ingiuriati, impossibilitati a muoversi, e in attesa dell’ora della fine, ormai prossima e a volte invocata. Di uno dei tre è stato detto che è l’Agnello che prende su di sé i peccati del mondo, il Figlio di Dio; ma egli è bloccato, trafitto, e sofferente come gli altri. Uno dei due a fianco, allora, non gli crede: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi» (Lc 23,39). Se sei davvero il Figlio di Dio, scendi dalla croce  e ti crederemo (cfr. Mt 39,44); ma se non fai in modo che tutto questo dolore finisca, allora non sei Dio. Ciò che dici è una menzogna. L’altro ladrone, invece, riconosce l’innocenza, la verità della vita di quel crocifisso: «Egli […] non ha fatto nulla di male» (Lc 22,41). Compie allora il passo decisivo, quello di fidarsi dell’uomo in croce: «E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”» (Lc 23,42-43). Potremmo allora dire, forse con un po’ di approssimazione, ma non senza un fondamento, che il primo ad entrare per le porte del paradiso riaperto è stato un ladro: che non ha potuto fare altro, per meritarlo, che fidarsi di Gesù.

Di fronte al comune dolore e all’esasperazione che esso a volte provoca siamo crocifissi: nulla possiamo. L’unica cosa che ci è possibile è un atto di fiducia per quell’uomo la cui vita ci ha colpito, e il cui dolore, la cui morte, appaiono così uguali ai nostri, eppure così differenti. In questo modo allora il nostro stesso dolore cessa di essere solo l’esito inevitabile e disperante di una natura ferita, e viene associato alla passione del Redentore (cfr. Col 1,24). In questo modo, mai la nostra vita è inutile, e mai deve disperare del bene che può fare e che può chiedere. In fondo, la cosa più grande il Signore l’ha compiuta quando, trafitto e bloccato, non poteva forse muovere nemmeno un dito; e lo stesso buon ladrone ha conquistato il paradiso così, associato allo stesso destino di dolore, quando sembrava troppo tardi per redimersi. La misericordia di Dio sa usare perfino la morte per dare la vita.