Se il coronavirus ha scosso radicalmente la delirante presunzione di onnipotenza del “sistema”, avviando un tempo d’inevitabile recessione economica che si presume assai più grave della crisi del 2007-2008, l’attuale pandemia ci offre la possibilità di immaginare almeno uno scenario in cui l’assetto socio-politico-economico avrebbe la possibilità di uscirne più umano. “Almeno uno”, a fronte dei tanti cupi scenari che preludono invece ad una drammatica decadenza dettata dal combinato disposto tra paura e ripiegamento egoistico, all’insegna del mai completamente superato homo homini lupus di hobbesiana memoria! Quando la ragione si lascia persuadere dalla Parola di Dio appare comprensibile come alla riscoperta conquistata della propria vulnerabilità possa corrispondere un ethos della solidarietà e della sussidiarietà capace di ostracizzare l’imporsi della logica dettata dal crudo adagio mors tua, vita mea. La teologia sottesa alla dottrina sociale della Chiesa non insegna, d’altra parte, che dalla carne (sarx) assunta dal Verbo (cfr. Gv 1,14) deriva la possibilità di rispondere al comandamento nuovo (cfr. Gv 13,34)? Non dovrebbe quindi ogni cristiano pensare e credere che sia “evangelicamente” doveroso impegnarsi per un assetto politico-sociale nel quale alla consapevolezza della vulnerabilità umana si risponda con la forza creativa della solidarietà? Benché la riflessione teologica sulla politica risulti quanto mai carente, come si può verificare compulsando una qualsiasi “guida dello studente” di una qualunque facoltà teologica cattolica, l’attuale pandemia dovrebbe motivare un vero e proprio risveglio delle intelligenze e dei cuori per contribuire a delineare le forma della convivenza civile tanto tra i cittadini, quanto tra gli stati, una volta che la pandemia sia stata resa (finalmente!) inoffensiva. Per procedere in questo senso ed adoperarsi per quella che può essere a ragione definita carità politica, è sicuramente opportuno impegnarsi – come la comunità cristiana ha fatto in modo spesso esemplare – nella cura degli ultimi. Ciò nonostante, secondo il parere di chi scrive, occorre affiancare a quest’intervento immediato, insostituibile e spesso vitale, un impegno non meno urgente che consista nel costituire una rete di persone che intendano riformare l’attuale indirizzo politico, sociale ed economico a partire da un rinnovato modo di perseguire il bene comune. Penso ovviamente al secondo dopo-guerra e alle tante giovani intelligenze cattoliche che hanno contribuito, ad esempio, alla redazione della Costituzione o a guidare la ricostruzione di una nazione uscita a pezzi dal conflitto mondiale. Quali sono oggi le forze disponibili in Italia per contribuire in questo senso ad un post-pandemia che probabilmente sarà non meno impegnativo? Un piccolo, ma significativo contributo in tal senso viene dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Mi riferisco, in particolare, all’e-book recentemente scritto da Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario di relazioni internazionali e direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali, Vulnerabili: come la pandemia cambierà il mondo. Tre scenari per la politica internazionale (Piemme, Milano 2020). Procedendo dalla convinzione che il futuro ci offra la possibilità di interpretare la consapevolezza della nostra vulnerabilità come «l’elemento intorno a cui ripensare e ricostruire l’interdipendenza» per custodire l’umanità dagli effetti deleteri non solo di ulteriori pandemie, ma anche di crisi economiche o ambientali, Parsi delinea tre scenari possibili che potranno aprirsi al venir meno dell’emergenza Covid-19. Indipendentemente dallo scenario che si realizzerà, per lo studioso torinese l’assetto internazionale che si costituirà sarà inevitabilmente differente da quello neoliberale che si è imposto progressivamente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, decretando una crescita economica pari solo alla concomitante diffusione della diseguaglianza. In questo senso altamente auspicabile, il declino di un impianto volto all’accumulo delle risorse a disposizione delle mega-élites finanziarie, molto spesso a danno del welfare edificato nel dopo-guerra, può costituire un’autentica opportunità per una politica economica che sia effettivamente «a servizio dell’uomo» (Francesco Vito). Ciò detto, prepararsi ad affrontare il tramonto dell’impianto neoliberale non basta, se non si lavora insieme per offrire un’alternativa sostenibile. Sempre secondo Parsi, infatti, potremmo assistere ad una sorta di restaurazione, guidata da tecnocrati e destinata a rinsaldare il primato del mercato sulla democrazia, oppure a qualcosa di simile alla fine dell’Impero Romano d’Occidente, in cui il crollo della domanda e la diffusione della paura costituirebbero le premesse ottimali per una pericolosa svolta «verso regimi populistici caratterizzati dalla presenza di “leader forti”» alla Viktor Orbán. L’ultimo scenario, a cui guardo con fattiva speranza, è indicato col termine Rinascimento. Si tratta di un orizzonte – analogo per Parsi al New Deal di Roosevelt – in cui si procede dall’acquisita consapevolezza della vulnerabilità e dell’interdipendenza degli esseri umani per riequilibrare i rapporti «tra politica ed economia, tra democrazia e mercato, tra libertà e solidarietà». Uno scenario a cui la Chiesa cattolica italiana può cooperare in modo decisivo e vitale se sarà capace di attuare gli insegnamenti di papa Francesco nel quadro, troppo velocemente archiviato, di quel nuovo umanesimo* la cui urgenza è oggi quantomai palese.

* Poiché un tratto persistente della vita ecclesiale contemporanea coincide con la paradossale concomitanza di iperproduzione documentale e di quasi immediata amnesia di quanto è stato appena prodotto rinviamo al significativo Discorso del Santo Padre tenuto durante l’incontro con i rappresentanti del V Congresso nazionale della Chiesa italiana (Firenze, 10 novembre 2015). Rileggerlo oggi potrebbe costituire una guida per contribuire allo scenario chiamato da Parsi Rinascimento, con quelle disposizioni che solo il vivo riferimento a Cristo può suscitare.

fra Marco Salvioli

(da “Nostro Tempo” 10 maggio 2020)