Mi sarete testimoni fino ai confini della terra”

2 giugno 2019

LETTURE: At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28;10,19-23; Lc 24,46-535

“(…) Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa sia nella persona del ministro, egli che, offrendosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola,giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra scrittura. È presente, infine , quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Sacrosanctum Concilium, 7).

Queste parole del Concilio Vaticano II ci dicono bene come intendere il significato della solennità odierna: l’Ascensione del Signore non ne celebra il definitivo allontanamento e quindi l’assenza; piuttosto, ne celebra la presenza, presenza che non è più mediata sensibilmente dalla sua umanità, ma che continua – sacramentalmente – ad essere reale. È lo stesso Gesù, ci dice Matteo, a garantirlo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(28,20).

L’evangelista Luca è il solo a raccontare l’episodio dell’Ascensione, in maniera molto stringata alla fine del suo vangelo, in modo più diffuso all’inizio della sua seconda opera, il libro degli Atti degli Apostoli. In entrambi i racconti il mandato lasciato ai suoi discepoli è quello di “essere testimoni”, testimoni di Gesù e araldi della conversione e del perdono dei peccati. In entrambi i racconti Gesù assicura l’assistenza dello Spirito.

Il tempo della Chiesa così comincia. Inizia a realizzarsi la beatitudine promessa da Gesù e che abbiamo ascoltato nella II domenica di questo tempo pasquale: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Dal monte degli Ulivi, termine ultimo del suo cammino terreno (cfr. Lc 9,51:”Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme …”), il Signore invia i suoi amici “a Gerusalemme, in Giudea, in Samaria e fino ai confini della terra” affinché siano per tutto il mondo e in tutti i tempi i suoi testimoni. Siano cioè per tutti gli uomini un segno eloquente e credibile di ciò che il Signore ha detto e ha fatto, continuando a dire e a fare come lo se lo stesso Signore vivesse in loro.

In questo tempo della Chiesa che l’Ascensione ha inaugurato trovano senso e attuazione tutte le cose che in queste settimane di Pasqua abbiamo potuto meditare illuminati dalla Parola di Dio, ed esserne consolati e incoraggiati.

Innanzitutto sappiamo che il Signore si accontenta di noi: anche se non sappiamo dargli quello che chiede e forse neppure comprendiamo bene la richiesta, tuttavia da quel poco che gli mettiamo a disposizione sa trarre grandi cose e a poco a poco conformarci a lui. Inoltre possiamo essere certi che egli è sempre presente alla sua Chiesa e proprio nei momenti di sconforto, quando subentra la stanchezza e la delusione, diviene possibile riconoscerlo e con lui ottenere frutti insperati (III domenica).

Sappiamo che grazie alla sua morte e risurrezione è stato definitivamente abrogato il regime della “separazione” e che finalmente riconciliati con Dio e fra di noi possiamo vivere da fratelli, come membra di un unico corpo. Sappiamo che per partecipare alla vita stessa di Dio ci viene chiesto di “ascoltare la voce” del Signore. Prima che sulle cose fatte, sui doveri eseguiti e sugli impegni assunti, ciò che conta è essere attenti alla sua voce, trovare nella sua parola orientamento e conforto. La “vita eterna” non è il premio promesso ai buoni, raggiungibile solo a prezzo di ferrea vigilanza e di instancabile ascesi; tanto meno esige separazione e lontananza dal mondo degli uomini: la “vita eterna” è ascoltare la voce di Gesù e accorgersi che davvero con lui qualche cosa di nuovo e di definitivo ha inizio e non avrà mai fine (IV domenica).

Sappiamo che la legge per in nuovo popolo di Dio è il comandamento dell’amore, che questo amore noi da soli non sapremmo neppure che cosa è, ma lo Spirito del Signore lo rende possibile per tutti quelli che da lui si lasciano guidare (V domenica).

Sappiamo che la vita del Cristiano è vita finalmente libera. Libera dai muri di divisione, libera dalla legge, libera dalla vana pretesa di giustificarsi da sé, libera per amare (VI domenica).

Poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne … manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso”(seconda lettura). La “professione della nostra speranza”, ecco a che cosa ci ha preparato la celebrazione di questo tempo di Pasqua: a vivere ogni giorno sapendo che il Signore è con noi, presente anche se non lo vediamo; a vivere lietamente la nostra fede, nonostante l’opacità del presente, proiettata in avanti, verso un domani in cui tutto sarà luce e finalmente vedremo faccia a faccia.