Liturgia eucaristica

Dopo la liturgia delle parola che la comunità cristiana ha imparato dalla liturgia sinagogale, c’è laliturgia eucaristica, con la quale si intende rinnovare il memoriale che Gesù ci ha lasciato nell’ultima cena. Si prepara l’altare o mensa, si portano il pane e il vino (quanto basta per la celebrazione), si raccolgono doni anche per le necessità della comunità e dei poveri: il gesto di offerta fa parte della celebrazione eucaristica sia come partecipazione all’offerta di se stesso fatta da Cristo sia come esercizio della carità che Gesù ci ha insegnato nella lavanda dei piedi. Trovare già tutto sull’altare all’inizio delle celebrazione fa perdere il senso dell’offerta, o offertorio. Il rito di svolge in quattro tempi secondo l’esempio di Gesù: prendere il pane e il vino, rendere grazie, spezzare il pane, distribuire il pane e il vino, cioè: presentazione dei doni, preghiera eucaristica, frazione del pane, comunione. La presentazione dei doni comprende la processione offertoriale, le brevi benedizioni sul pane e il vino, alcune preghiere apologetiche del sacerdote, compreso il lavarsi le mani, e una preghiera che conclude questo rito: l’orazione sulle offerte.

Colgo l’occasione di questa orazione per dire che tutte le preghiere comunitarie vanno fatte in piedi, per cui bisogna invitare anche i fedeli ad alzarsi in piedi per la preghiera. Quando ci si rivolge a Dio si prega in piedi. Mi viene in mente l’incongruenza nel sacramento della penitenza, quando il sacerdote dice tutte le preghiere seduto, anche quella sacramentale vera e propria, come se dicessimo da seduti le preghiere battesimali o di ordinazione o di unzione dei malati o del matrimonio, o la preghiera eucaristica della messa. Sarà difficile che la confessione venga considerata una preghiera fin che i gesti non la traducono in preghiera. Le preghiere apologetiche del sacerdote possono essere l’occasione per esortare anche i fedeli alla preghiera personale, qui ma soprattutto prima e dopo la comunione. La lavanda delle mani sta a sottolineare (oggi) il bisogno di purificare il nostro cuore per celebrare degnamente i santi misteri. Riprende il tema della liturgia penitenziale dell’inizio. La preghiera eucaristica è complessa. Essa consta di un dialogo iniziale solenne, nel quale sono coinvolti anche i fedeli. I fedeli intervengono anche nelle acclamazioni che punteggiano la preghiera: l’acclamazione del Sanctus, l’acclamazione prima dell’offerta di Cristo (mistero della fede), nella quale si fa memoria della passione morte e resurrezione di Gesù. Notiamo che l’acclamazione non verte sulla presenza di Cristo nel pane e nel vino ma sulla pasqua di Gesù: è questo il mistero della fede. C’è poi il solenne Amen finale di tutta l’assemblea.

La preghiera si divide sostanzialmente in due parti. La prima parte è laudativa in forma narrativa: si enumerano tutti i motivi di lode, dalla creazione, alla venuta di Gesù, al dono dello Spirito Santo, fino al racconto dell’ultima cena di Gesù. Il racconto dell’ultima cena fa parte ancora della narrazione. Poi, dopo l’acclamazione e l’offerta al Padre del sacrificio di Cristo, inizia la seconda parte che è di invocazione, di epiclesi e di intercessione, fino alla dossologia finale che è il momento più alto della preghiera: per Cristo, con Cristo e in Cristo..

Colgo l’occasione ancora per dire qualcosa sul tono della voce di colui che presiede la celebrazione (anche nella liturgia delle Ore). Il presidente, soprattutto il diacono e il sacerdote, ha varie funzioni nella celebrazione eucaristica: introduce e guida la preghiera, parla alla comunità, prega, benedice la comunità. Questi momenti non hanno tutti lo stesso valore, non si può usare lo stesso tono di voce per le monizioni, l’omelia, le preghiere, gli avvisi. Le monizioni e l’omelia, l’inizio della celebrazione e il congedo sono rivolte ai fedeli, si parla a loro: il tono è più colloquiale. Le preghiere invece sono rivolte a Dio, non si sta predicando, si hanno gli occhi al cielo. Si prega in modo comprensibile ai fedeli perché possano acclamare e dire Amen, ma la preghiera è rivolta Dio Padre, per Cristo, nello Spirito Santo. Si deve sentire che si sta pregando, non predicando né declamando. Più solenne e laudativa sarà la voce nella parte narrativa, più supplichevole nella seconda parte di epiclesi. Molto solenne la dossologia finale, che è il culmine. Ritornano le tre caratteristiche della preghiera cristiana: l’anamnesi (la memoria), l’epiclesi (l’invocazione), in un clima di dossologia (glorificazione). Il racconto dell’ultima cena, che consideriamo la parte consacratoria, in realtà fa parte del racconto che giustifica la celebrazione e la sua struttura interna. Nella dossologia finale si compie il vero atto offertoriale. È l’unico momento nel quale si dice di alzare il pane e il calice: questo è il momento dell’elevazione! In altri momenti si dice solo di presentare ai fedeli o a Dio il pane e il vino. La teologia della consacrazione deve essere ripensata, anche alla luce dell’antichissima preghiera eucaristica di Addai e Mari, che non contiene il racconto dell’ultima cena e le parole di Gesù. Forse si arriverà a comprendere che tutta la preghiera è consacratoria, senza voler precisare il momento esatto della consacrazione. Sono, poi, le parole di Cristo o l’epiclesi dello Spirito a rendere presente Cristo nel pane e nel vino, renderli corpo esangue suo? Non è questione di fede ma di teologia. Per sciogliere questo problema è stata inserita una epiclesi esplicita prima della narrazione dell’ultima cena.

Ma con la preghiera eucaristica, l’eucaristia, cioè il memoriale eucaristico di Gesù, non è finita. Ci sono ancora due momenti: la frazione del pane e la comunione, che non sono solo ad complendum (per completare) ma costitutivi del memoriale. Nel messale questi riti nell’insieme costituiscono i riti di comunione, ai quali appartengono: il rito del Padre nostro, il rito della pace, la frazione del pane e la comunione, con la processione alla comunione. L’inserimento del Padre nostro nell’eucaristia è antichissimo. Il Padre nostro si conclude con unapr eghiera che ne prolunga l’invocazione (embolismo). Il rito della pace è prerequisito per la comunione eucaristica. Nella posizione attuale il rito della pace, più che un gesto di conciliazione, già avvenuta nella liturgia penitenziale iniziale, diventa un dono reciproco della pace di Cristo, un gesto sacerdotale di ogni singolo fedele verso gli altri, dopo aver ricevuto la pace di Cristo dal presidente. Il dono della pace è comunicato con un gesto, con un segno fraterno.

La frazione del pane, purtroppo, è un gesto che rimane quasi nascosto. Il rito della frazione del pane è sottolineato dal canto dell’Agnello di Dio. Importante sottolineare che per la significatività della celebrazione si spezza il pane (o si prepara in parte già spezzato) quanto ne è necessario, secondo il numero di coloro che vi partecipano, e degli assenti ai quali si porta la comunione. Il resto andrebbe consumato, come nel rito ortodosso. Si conserva l’eucaristia per la comunione agli assenti, per il viatico e per l’adorazione. Per questo quando si conservano 5/10 ostie è più che sufficiente. Le grosse pissidi sono nate quando, come mossa antiprotestante, si poteva fare la comunione solo con ostie conservate nel tabernacolo. Ma il senso della cena del Signore scompariva. Dopo cinquant’anni anche questo uso non è ancora entrato nella pratica. La comunione è preceduta da alcune preghiere segrete, in silenzio del sacerdote (ma anche deifedeli), poi si snoda la processione alla comunione. Convenientemente il pane viene dato nellemani, è più significativo: non siamo dei neonati o persone in fin di vita che hanno bisogno di essere imboccati. Non confondiamo la comunione agli adulti e ai ragazzi, con la comunione ai piccoli e ai malati. Il Signore nella eucaristia si mette nelle nostre mani, come si affida a noi nei poveri. Più convenientemente la comunione dovrebbe essere fatta sotto le due specie. Talvolta nelle nostre celebrazioni viene a fare la comunione qualche ortodosso, il quale istintivamente apre la bocca (non tira fuori la lingua) come si fa la comunione al pane e al calice in quella liturgia. Nel caso della comunione sotto le due specie, se si fa la comunione per intinzione convenientemente viene data in bocca, a meno che non si offra il calice perché i fedeli stessi intingano il pane dato loro. Durante la comunione si esegue un canto alla comunione. Dopo ci si può fermare in preghiera silenziosa o fare un canto di ringraziamento. Alla fine si conclude con l’orazione dopo la comunione, che chiude la liturgia eucaristica. Di per sé questa orazione dovrebbe essere fatta all’altare, ma la si fa alla sede per comodità, presupponendo la preghiera silenziosa o il canto, dopo la comunione. Soltanto dopo il postcommunio si danno gli avvisi, se devono essere dati, prima del congedo dell’assemblea.

ll congedo

Il congedo ha un suo rito semplice, fatto appunto di: avvisi; una preghiera di benedizione (super popolum) che è di richiesta che permangano i frutti della celebrazione, la dimissione, che ora viene interpretata in modo nuovo come una missione, come l’andate di Gesù ai suoi discepoli; poi alla fine generalmente un canto finale che accompagna l’esodo dalla celebrazione, spesso un’invocazione a Maria.

Rito iniziale (introitus)

Ma c’è anche un altro rito importantissimo, che abbiamo lasciato per ultimo, quello dell’accoglienza della comunità per la celebrazione: i riti iniziali (introitus). Essi danno il clima alla celebrazione. Storicamente questi riti iniziali si sono sviluppati progressivamente (vedi la liturgia essenziale del venerdì santo). Occorre un luogo di raduno, una comunità, uno che presiede e costituisce l’assemblea. Il saluto e le parole di benvenuto e il canto caratterizzano questo momento. Segue la liturgia penitenziale iniziale, seguita a sua volta dalla lode al Signore (Gloria),e l’orazione che chiude questo rito d’inizio (colletta) ricordando il mistero che si celebra e chiedendone i frutti. Tutto questo è descritto e spiegato, anche nel suo significato ecclesiale e spirituale, nel capitolo II dei Prenotanda (“Ordinamento Generale del Messale Romano”, Struttura, elementi e parti della Messa). Se uno non li ha mai letti varrebbe la pena leggerli con attenzione, non tanto per sapere cosa fare quanto per sapere cosa si fa, per dare un senso a ciò che si fa.